Quando serve gioco di squadra: il ruolo del tecnico veterinario

Le nostre “infermiere” si presentano e ci raccontano cosa significa essere tecnico veterinario

La Clinica San Paolo ha deciso di investire sulla professione di infermiere veterinario circa 2 anni e mezzo fa: oggi il nostro staff di tecnici veterinari si avvale di quattro dottoresse in Produzioni e gestione di animali in allevamento e selvatici. Uno staff giovane, affiatato, curioso, fatto di persone con tanta voglia di crescere e migliorare, al servizio del veterinario e del cliente.

La prima ad entrare in squadra è stata Sara, che ci ha supportati grazie al suo background in Scienze Zootecniche e in particolare di alimentazione e nutrizione animale.
Quindi sono arrivata io, Valeria, che prima di esercitare questa professione mi ero focalizzata sullo studio degli animali selvatici ed esotici e avevo sviluppato la mia esperienza in un Centro di Recupero di Fauna Selvatica. A noi si sono aggiunte anche Valentina e Adelaide, due dottoresse anche loro formate in ambito zootecnico e selvatico.

La provenienza da contesti differenti per noi rappresenta di certo un valore aggiunto: ci permette di confrontarci, scambiare esperienze, considerazioni e nozioni e di accrescere la nostra professionalità. Ciò che però ci unisce è la passione per gli animali da compagnia e la voglia di fornire loro le migliori condizioni possibili durante la permanenza in clinica. Anche per questo vogliamo raccontarvi meglio in cosa consiste il nostro lavoro e qual è il nostro ruolo nella vita della Clinica

Chi è il tecnico veterinario

In Italia, negli ultimi decenni, il campo della veterinaria si è modificato: è cambiata la clientela e il tipo di struttura in cui il medico veterinario esercita la sua professione, il lavoro è diventato più specialistico ed è nata così l’esigenza della figura del tecnico veterinario.

Il tecnico veterinario svolge la propria attività in stretta collaborazione con il medico veterinario, supportandolo in diverse attività: segreteria, ambulatorio, radiologia, chirurgia, ricoveri, pronto soccorso e laboratorio. Permette così al medico di ottimizzare i tempi e svolgere il suo lavoro con maggiore efficienza e rapidità.

Dove si forma?

L’attività del tecnico veterinario richiede competenze e nozioni adeguate, che si acquisiscono attraverso appositi percorsi di formazione. Per diventare tecnico veterinario i più indicati sono: la Laurea di Primo Livello in un corso universitario che appartenga alla classe di Laurea L-38 (Produzione e Gestione di Animali In Allevamento e Selvatici, Allevamento e Salute Animale, Tutela e Benessere Animale, per citarne alcuni) oppure il diploma Abivet.

Che ruolo ha?

Il tecnico veterinario ha il ruolo di assistere il medico veterinario in tutte le procedure cliniche e di essere di supporto alle cure infermieristiche degli animali ricoverati all’interno della struttura.

Una parte importante del lavoro del tecnico è quella di permettere al medico veterinario di dedicare maggiore tempo, approfondimento ed energia a tutte quelle mansioni che richiedono l’intervento esclusivo del medico. In questo senso il tecnico, facendosi carico di alcune funzioni non strettamente mediche, come la comunicazione con i clienti, le mansioni amministrative, l’organizzazione e manutenzione degli strumenti e dei materiali di consumo, la preparazione degli ambienti e delle apparecchiature e soprattutto nei compiti pratici e manuali, mette il medico in condizione di poter intervenire al meglio focalizzando il suo impegno solo nella cura dei pazienti.

Che cosa fa per voi?

Il tecnico veterinario è una importante figura di mediazione, un collegamento essenziale tra i medici e i clienti. Può ricevere il cliente che ci contatta al telefono o via mail e occuparsi dell’accoglienza in segreteria o in pronto soccorso.

Spesso, per interfacciarsi con i proprietari, il medico veterinario si avvale appunto della figura del tecnico, ad esempio per quanto riguarda le visite agli animali ricoverati, gli aggiornamenti quotidiani sullo stato di salute e le brevi comunicazioni.

Che cosa fa per i vostri animali?

Ciò che più sta a cuore al tecnico veterinario è ovviamente la salute degli animali.

Il tecnico si occupa del benessere dei nostri amici sotto tutti i punti di vista:

  • mantiene pulito il ricovero, i box in cui gli animali trascorrono la degenza e tutti gli strumenti che si utilizzano per la loro gestione
  • si assicura che il paziente stesso sia sempre pulito, che abbia sempre cibo e acqua a disposizione e che ne assuma in maniera adeguata
  • gestisce l’animale dal punto di vista clinico, monitora e controlla la corretta esecuzione delle terapie e il funzionamento di tutte le apparecchiature eventualmente necessarie
  • prepara i pazienti per procedure cliniche-chirurgiche, fornendo un ambiente sereno e idoneo alle loro condizioni e infine riservando loro quelle cure, attenzioni e coccole che risultano spesso fondamentali al raggiungimento del miglioramento clinico o della guarigione. 

Una parte fondamentale del nostro lavoro è infatti quella di far sentire l’animale il più possibile sereno, come a casa, come se fosse il nostro animale, non limitandoci ad eseguire le procedure ma realizzandole con amore, dedicandogli attenzioni, avendo cura dei dettagli, come la scelta di una coperta più morbida, di una ciotola più agevolante o di un cibo più appetibile e ovviamente, quando ben accette, riservandogli tante coccole che spesso costituiscono un incoraggiamento affatto irrilevante al miglioramento clinico.

Ciò che c’è alla base di questa professione non è solo l’amore per gli animali, perché spesso non basta, è un profondo senso di rispetto verso queste creature, verso le quali si sente che cure e attenzioni non siano solo meritate, ma dovute. E’ dedicare, a volte sacrificare, tempo ed energie per una causa che ne vale davvero la pena.

Quando serve il ricovero veterinario: come funziona il reparto degenza di una clinica

Quando serve il ricovero veterinario: come funziona il reparto degenza di una clinica

La parola allo specialista

Dott.ssa Sara D'Agostino

Animali non convenzionali

Il reparto di degenza è strutturato per poter accogliere e ricoverare pazienti con necessità specifiche di cura.
Il ricovero veterinario per i nostri amici a quattro zampe è infatti consigliato quando le loro condizioni cliniche non sono stabili e, nei casi più gravi, ne compromettono la sopravvivenza.

Può anche essere utile per gestire situazioni meno gravi: ad esempio per pazienti che attendono un intervento chirurgico, nel post-operatorio o per la somministrazione di terapie che non si possono eseguire a casa.
In clinica abbiamo anche la possibilità di effettuare dei ricoveri in Day Hospital per eseguire vari esami diagnostici. Durante questa esperienza si cerca sempre di soddisfare le necessità di ogni specie, dalla più piccola alla più grande: cani, gatti, conigli e altri piccoli mammiferi.. ma anche rettili ed uccelli.

Quando serve e come funziona il ricovero veterinario

Durante il periodo di degenza l’animale viene ricoverato in un box attrezzato a poterlo ospitare. La regola più importante per una buona degenza è quella di creare uno spazio tranquillo, sereno, luminoso e confortevole. Questo contribuisce per quanto possibile a ridurre lo stress a cui i nostri pazienti sono già sottoposti a causa della patologia in atto e gli consente, per quanto possibile, rilassarsi. Tutelare il loro benessere serve anche a favorire una più rapida guarigione.

Al momento del ricovero in reparto viene compilata una scheda identificativa con tutti i dati del paziente; la scheda del ricovero veterinario viene aggiornata ogni giorno con le terapie e le procedure diagnostiche necessarie (esami del sangue, radiografie, ecografie ecc..) stabilite di volta in volta dal medico responsabile.
Ciascun animale viene rivalutato e monitorato dal personale veterinario e dalle infermiere in modo costante attraverso la visita completa e il monitoraggio dei parametri clinici più volte al giorno, in base alle condizioni. Questa procedura ci permette di valutare l’evolversi della patologia e agire in modo tempestivo.

Il personale è presente nel reparto degenza 24 ore su 24, anche di notte e garantisce costantemente cure adeguate ai pazienti.

Specie diverse, esigenze diverse

Ogni tipologia di paziente ha esigenze ambientali diverse, quindi è importante per il loro benessere psicofisico organizzare i box in modo corretto e gestire al meglio gli spazi al loro interno.

I box hanno dimensioni differenti a seconda della tipologia di paziente che ospitano (cane, gatto o animale esotico), sono tutti dotati di chiusure antifuga e sono in acciaio inox per semplificare l’igienizzazione e la disinfezione giornaliera. In più, per ulteriore comfort dei pazienti, dotiamo i box di coperte che vengono cambiate, lavate ed igienizzate ogni giorno, ciotole per cibo e acqua, lettiere ecc.

Ma per quanto si possa creare un ambiente confortevole il ricovero può essere fonte di stress. Questo è vero soprattutto per i gatti, che soffrono maggiormente l’essere lontani dal loro ambiente domestico e dal nucleo familiare, e per gli animali esotici che già normalmente richiedono un ambiente particolare, idoneo alla specie.

Ai cani sono dedicati i box più ampi e, se le condizioni cliniche lo permettono, vengono portati in passeggiata più volte al giorno sia dal personale della clinica che dai proprietari stessi durante la visita, per permettere di espletare i loro bisogni fisiologici e per stare un po’ all’aria aperta.

I gatti sono sistemati in box più piccoli, dotati di lettiere e ciotole, con a disposizione delle coperte extra che utilizzano per nascondersi, in modo da farli sentire maggiormente tranquilli e protetti.

Infine gli animali più piccoli come ad esempio criceti, ratti, cavie o conigli vengono sistemati in piccole gabbie con vari arricchimenti ambientali per rendere il ricovero meno stressante.

Quando invece i pazienti sono impossibilitati nei movimenti, non possono essere portati in passeggiata o non sono in grado di utilizzare la lettiera ricorriamo all’utilizzo di griglie e traversine assorbenti, che permettonio di mantenere un costante stato igienico. Inoltre i pazienti vengono spazzolati e puliti ogni giorno, anche per poter instaurare un rapporto di fiducia con gli stessi ed abbassare i livelli di stress.

Le cure durante il ricovero veterinario

Gli animali che si trovano in ricovero veterinario sono ovviamente messi in condizione di effettuare fluidoterapia e farmacoterapia personalizzata in base alle loro esigenze mediche. In reparto abbiamo a disposizione tutti gli strumenti essenziali: pompe a infusione per la fluidoterapia, farmaci, strumenti per rilevare i parametri vitali (pressione sanguigna, temperatura, glicemia ecc) ed apparecchi per l’ossigenoterapia.

Ma soprattutto nel reparto degenza è sempre presente il personale medico veterinario e paramedico, che è in grado di fornire una risposta immediata e di qualità ai pazienti, sopratutto in caso di gravi patologie.

Quando e come avviene il primo contatto?

Il personale medico cerca sempre di empatizzare con il paziente: costruire una relazione è importante per rendere la loro permanenza meno stressante possibile e stabilire un rapporto di fiducia che facilita manipolazioni e terapie. Questo vuol dire rispettare la loro ampia diversità, che è ciò che ci affascina, attrae e conquista.

Il primo contatto con il paziente avviene già in sala visita da parte sia del medico che del tecnico veterinario; in questo frangente gli animali possono infatti provare e manifestare diverse emozioni e sensazioni. Tra queste l’impossibilità di fuggire da un ambiente sconosciuto che può sfociare in aggressività.

In ogni caso un approccio graduale è la scelta migliore da fare tutte le volte in cui sia possibile. I nostri amici a quattro zampe hanno infatti uno specifico galateo di approccio che utilizzano anche con noi. I comportamenti ed i segnali che ci mostrano, ci aiutano ad interpretare il loro stato d’animo … imparare a percepirli e comprenderli è ciò che permette al personale medico di evitare scontri ed approcci aggressivi e rendere il periodo di ricovero veterinario un’esperienza positiva.

Tuttavia non ci si deve stupire o preoccupare se talvolta questo approccio non è possbile. Le situazioni di emergenza esigono di intervenire velocemente e con prontezza: salvaguardare la loro vita e stabilizzare le condizioni cliniche diventa prioritario.

Cosa può fare il proprietario quando il proprio animale è ricoverato?

Durante un ricovero veterinario è possibile fare visita al proprio animale nel reparto di degenza in orari definiti e concordati con il personale del reparto stesso. È possibile anche avere notizie telefoniche sullo stato di salute generale, sugli esiti degli esami e sulla progressione della patologia. Il personale medico è a disposizione per ogni aggiornamento, confronto e consulto.

Le visite sono garantite sopratutto in caso di pazienti con situazioni di salute gravi o critiche e i proprietari possono lasciare coperte ed oggetti personali per rendere il box in cui vengono ospitati il più accogliente possibile.

Se durante la visita sentite suonare qualche strumento, non allarmatevi!… sono studiati per poter seguire delle procedure farmacologiche personalizzate ed essere rivalutate e riviste dal personale in ogni momento.

E se li trovate a proprio agio? Non sarebbe la prima volta! Spesso i proprietari si stupiscono di quanto i propri animali siano traquilli in box e accettino le manipolazioni mediche … ma anche questo è parte del nostro mestiere, che svolgiamo con passione e competenza. Se ne accorgono anche in pazienti!

Per tutti questi motivi vi invitiamo ad affrontare sempre con la maggior serenità possibile la prospettiva di un ricovero veterinario, e di rivolgervi sempre con fiducia al vostro medico di riferimento.

Perché rivolgersi a un educatore cinofilo, anche se non abbiamo un cane aggressivo

Negli ultimi decenni la convivenza tra noi e i nostri animali d’affezione è diventata via via sempre più strettaCondividiamo gli spazi, certo, ma anche ogni altro aspetto della quotidianità: svaghi, relazioni, stili di vita.
Se fino a qualche anno fa, quindi, solo chi si trovasse a gestire un cane aggressivo o avesse esigenze specifiche di addestramento (come le forze dell’ordine, per fare un esempio) sentiva l’esigenza di ricorrere ad un addestratore cinofilo, oggi sappiamo che trovare una buona sinergia con i nostri cani è importante per tutelare il benessere di tutti.

Chi è un educatore cinofilo

Dobbiamo anzitutto ricordare che un formatore cinofilo è anzitutto un professionista, che per poter svolgere in maniera legittima la sua attività deve conseguire un’abilitazione che gli consente di operare sul territorio italiano, o persino europeo.

Si tratta quindi di un esperto che può declinare le sue competenze sia come rieducatore comportamentale, in grado di aiutare un cane aggressivo o affetto da fobie, ma anche di occuparsi di tutti gli aspetti legati all’educazione di base.

Se infatti spesso ci si rivolge a una figura di questo tipo solo quando sorgono dei problemi, gli educatori svolgono un ruolo determinante soprattutto in una fase che potremmo definire di “prevenzione”, ossia aiutano animali e proprietari a gettare buone basi per una relazione priva di problemi patologici.

Cosa fa l’educatore cinofilo

Un educatore può intervenire a diversi livelli nel rapporto tra cani e umani, per diversi scopi.
Anzitutto conoscere: molte difficoltà nella gestione dei nostri amici animali deriva dalla mancanza di conoscenza. La possibilità di avere informazioni corrette e acquisire una sana cultura cinofila significa già disporre di ottimi strumenti per tutelare il benessere dei nostri cani.

Quindi educare: non soltanto il cane, o i cani. Il lavoro dell’educatore è tanto più utile quanto interviene su comportamenti, abitudini, abilità di tutta la famiglia.
Per questo la sua consulenza potrebbe essere d’aiuto anche prima che un cane arrivi in famiglia, ma si sta valutando la possibilità di un’adozione. Così come, non appena il cane arriva in famiglia, è l’aiuto di un educatore è utile per stabilire sin da subito un rapporto sereno, basato sulla fiducia reciproca e sul gioco.

Infine, quando sorgono delle problematiche importanti, di certo il ruolo dell’addestratore è fondamentale nel ripristinare il benessere del cane ed evitare che la situazione precipiti.
Le azioni di recupero comportamentale diventano necessarie quando la serena convivenza tra umani e cani viene messa a dura prova da manifestazioni patologiche: fobie verso oggetti o persone, ansia da abbandono, aggressività inter – e intra-specifica, abbaio insistente, tirare al guinzaglio … sono proprio queste situazioni particolarmente difficili quelle in cui l’intervento di un professionista diventa l’unica strada percorribile per la tutela di tutti.

Come ovvio tutte queste azioni sono rivolte a tutelare il benessere dei nostri cani: ricorrere a dei seri professionisti ci garantisce rispetto al fatto che i metodi applicati non comportino mai, in nessun modo, dolore per il cane.

Perché ricorrere ad un educatore cinofilo e qual è il suo rapporto con i medici veterinari

La Clinica Veterinaria San Paolo da molti anni collabora con gli educatori cinofili di Itaca, tanto che Marzia e Davide sono ormai quasi un pezzo della nostra squadra. Ma perché abbiamo sentito la necessità del loro supporto?

La risposta in realtà è piuttosto semplice: anche negli animali, così come in noi umani, le manifestazioni fisiche possono essere il sintomo di un disagio diverso. Oppure, al contrario, un comportamento anomalo, come quello di un cane che non riesce ad urinare durante le passeggiate e quindi imbratta casa, potrebbe essere il sintomo di una patologie come problemi urinari o cistiti croniche.

Per questi motivi le attività del medico veterinario e dell’educatore cinofilo sono sempre più sinergiche. Per noi prendersi cura del benessere dei nostri pazienti significa non soltanto preoccuparci della loro salute fisica, ma anche fare in modo che possano avere una socialità e una convivenza il più possibile serena con la loro famiglia umana, e magari anche animale.

Siamo sempre a disposizione dei clienti, per indirizzarvi nel modo più corretto non soltanto nel caso in cui vi troviate a gestire un cane aggressivo, che dimostra difficoltà nelle relazioni sociali tra intra-specifici e inter-specifici. Anche se notate dei piccoli cambiamenti caratteriali o nelle abitudini del vostro cane potrebbe essere importante ricorrere al parere di un professionista, che vi potrà aiutare anche ad avere una routine più piacevole, come fare una camminata al parco senza farsi tirare.

Se poi volete approfondire la conoscenza del mondo degli educatori e addestratori cinofili vi segnaliamo il blog di Itaca: uno strumento prezioso per conoscere sempre meglio i nostri amici e stabilire con loro una relazione davvero serena.

Leishmaniosi : tutto quello che c’è da sapere

La bella stagione è arrivata, con i primi caldi e le giornate più tiepide che preludono l’arrivo dell’estate. Purtroppo questa è anche la stagione più attesa dai fastidiosi parassiti – pulci, zecche e pappataci – per i quali coincide con il momento della massima attività. Diventa costante la minaccia alla salute dei nostri animali e la necessità di salvaguardarli con interventi di protezione adeguati è una priorità assoluta.
Una delle malattie che merita maggior l’attenzione è la Leishmaniosi: si tratta di una malattia tanto diffusa quanto grave che ormai interessa per intero il nostro Paese (un tempo era endemica solo in alcune zone del Sud, in Toscana e sulla riviera ligure).

È insidiosa perché, una volta infettato, il cane rimane per sempre un “serbatoio” del parassita: la malattia può essere tenuta sotto controllo, ma non può guarire. Non solo: se la patologia non viene adeguatamente trattata, può progredire e diventare molto grave, fino a portare in alcuni casi alla morte del cane. Proprio per questo la prevenzione è fondamentale.

Conosci il nemico

La leishmaniosi è una malattia infettiva e contagiosa causata dal parassita Leishmania Infantum trasmesso dalla puntura di piccoli insetti, i flebotomi (pappataci) che in Italia può causare sia la leishmaniosi viscerale che la leishmaniosi cutanea.

Le zone litoranee del centro e del sud sono le aree a rischio maggiore, ma negli ultimi dieci anni si è registrato un aumento dell’area di diffusione della malattia, ora presente con nuovi focolai anche in molte aree nel Nord Italia.
cani rappresentano il principale ospite; una volta infetti diventano a loro volta serbatoi di potenziale infezione per l’uomo ed occasionalmente altri animali, come gatti, bovino, ratti, cavalli.

La leishmaniosi canina è una malattia cronica grave, che provoca danni progressivi. Diagnosticarla è difficile perché i sintomi sono poco specifici e mai chiaramente testimoni della patologia in atto (patognomonici). La terapia risulta solo parzialmente efficace, non esente da possibili ricadute, comunque mai risolutiva.

Per questi motivi è necessario prevenire il contagio quanto possibile ed eseguire test per rilevare un eventuale contagio. Ma come si trasmette la Leishmaniosi?

Il Flebotomo: un vampiro silenzioso

La Leishmania per diffondersi ha bisogno del flebotomo vettore, l’insetto che il parassita sfrutta a proprio vantaggio per compiere parte del suo ciclo biologico.

La caratteristica di questo insetto sta proprio nell’essere silenzioso. Il pappatacio infatti non emette il tipico sibilo che preannuncia l’arrivo della zanzara. Lo dice persino il suo nome: questo insetto “pappa e tace”, cioè si nutre in maniera silenziosa.

È molto piccolo (1.5-3.5 mm), di color giallo ocra, attivo nelle ore notturne, dalle 20,00 alle 6,00 circa. Depone le uova nel terreno umido, nei muri delle case vecchie abbandonate, dove c’è materiale organico in decomposizione (foglie, lombrichi, altri insetti).
I focolai quindi si possono generare nei luoghi in cui il flebotomo trova un habitat favorevole e la presenza di cani che possono essere infettati (ha bisogno del loro sangue per nutrirsi). Inoltre i pappataci necessitano di temperature elevate e non sono domestici (difficilmente entrano in casa).

Solo le femmine di pappatacio si nutrono di sangue, al fine di permettere la maturazione delle uova. Se un flebotomo femmina punge un mammifero infetto può ingerire amastigoti intracellulari (probabilmente anche extracellulari) che passano direttamente nella parte addominale dell’intestino. All’interno del pasto di sangue gli amastigoti si trasformano in promastigoti mobili che si moltiplicano attivamente.

Successivamente i parassiti migrano verso la parte anteriore dell’intestino, dove diventano promastigoti metaciclici, le forme infettanti per l’ospite vertebrato (cane) e quindi si localizzano nelle strutture pungitrici. Il tempo minimo in cui si realizzano queste trasformazioni (pasto di sangue – promastigoti metaciclici) è di 5-6 giorni (fino a 19-20, dipende soprattutto delle condizioni climatico-ambientali). Quando il flebotomo infetto punge un altro cane per nutrirsi, deposita nella cute i promastigoti , che quando vengono riconosciuti dai macrofagi del cane vengono “inglobati”: è così che da promastigoti si trasformano in amastigoti e si moltiplicano per semplice divisione binaria.

Immaginate ora tutti quei macrofagi: all’interno di ogni singolo macrofago, il promastigote perde la sua piccola coda e comincia a replicarsi, causando la lisi del macrofago. Sempre più macrofagi vengono così infettati e gli amastigoti viaggiano per le vie linfatiche; man a mano infettano tutti gli organi/tessuti fino a portarsi al midollo osseo dove i monociti (precursori dei macrofagi) vengono prodotti.

Quali sono e come sono cambiate nel tempo le aree critiche per la leishmaniosi

Fino a qualche anno si riteneva che la leishmaniosi fosse presente in maniera significativa soltanto nelle zone tropicali e subtropicali, in tutto il bacino del Mediterraneo, comprese le isole.
Già da tempo, però, a causa del riscaldamento globale e della sempre più frequente movimentazione dei cani infetti a seguito dei loro proprietari, assistiamo alla costante comparsa di nuovi focolai in zone prima considerate sicure, come il Nord Italia.

Se guardiamo in particolare al Piemonte notiamo che sono state accertate ben tre differenti aree in cui la leishmaniosi canina è diventata endemica (Torino, Ivrea, Casale Monferrato, Acqui Terme), con una sieroprevalenza che va dal 3,9% al 5,8%. Anche in Valle d’Aosta è stato identificato un possibile focus.

In queste aree la colonizzazione può essere avvenuta spontaneamente dalle zone costiere o in seguito agli aumentati movimenti di persone dalle aree mediterranee. Nelle zone interessate di Piemonte e Valle d’Aosta la presenza stagionale dei flebotomi va dalla seconda metà di maggio a settembre.

Cosa succede quando il cane contrae la leishmaniosi?

Quando il cane viene punto diventa a sua volta portatore del parassita ed il periodo di incubazione è molto variabile: può durare anche vari anni.
La variabilità di risposta all’infezione dipende principalmente dalle difese immunitarie del cane.

Un cane risultato positivo al test può vivere per molto tempo prima di manifestare sintomi, ma può comunque contribuire a diffondere la malattia.
Ricordiamo che la leishmania non viene trasmessa direttamente da cane a cane o da cane a persona. Quindi la vicinanza o il possesso di un cane infetto comportano un rischio del tutto risibile l’uomo, visto che in una zona endemica saranno molti milioni i pappataci infetti potenzialmente in grado di pungere.

I sintomi: come interpretare un quadro non sempre evidente

I cani che manifestano sintomi clinici, possono presentare, in ordine decrescente di prevalenza:

  • Linfoadenomegalia (ingrandimento patologico dei linfonodi)
  • Splenomegalia (ingrandimento patologico della milza)
  • Dermatite desquamativa (soprattutto su muso, zampe e arti)
  • Ulcere nella zona peri-oculare (“aspetto di cane anziano”),
  • Onicogrifosi (crescita abnorme delle unghie)
  • Anemia
  • Uveite (infiammazione della tunica media dell’occhio)
  • Epistassi (sangue dal naso)
  • Poliartrite e sinovite
  • Insufficienza renale

Come si arriva alla diagnosi di Leishmaniosi?

Per effettuare diagnosi di Leishmaniosi fino a poco tempo fa si faceva ricorso ad un test in grado di rilevare, attraverso un prelievo di sangue, la presenza di anticorpi; in questo modo si poteva capire se un cane era venuto a contatto o meno con il parassita, ma non se avesse sviluppato la malattia o fosse solo venuto in contatto con il parassita stesso. Inoltre non aveva un carattere di ripetitività, per cui ad esempio a laboratori differenti corrispondevano titoli anticorpali differenti.

Oggi abbiamo a disposizione nuove metodiche, chiamate ELISA e PCR, che ci permettono, sempre attraverso il prelievo di sangue di individuare la presenza del parassita Leishmania nell’organismo tramite il reperimento del suo DNA. In altri termini questo secondo esame permette di sapere con assoluta certezza se un cane è ammalato.

Debellare la Leishmaniosi non è possibile, per questo è necesserio prevenirla!

Nonostante siano state fatte ipotesi e tentativi, ad oggi non abbiamo la possibilità di eliminare le colonie di pappataci, né adulti né allo stadio larvale. Di conseguenza l’unica forma di prevenzione possibile è quella che limita il contatto tra vettore e ospite mediante l’uso topico di principi attivi ad effetto protettivo contro la puntura dei flebotomi.

La protezione del cane dalla puntura del vettore è perciò un intervento prioritario, sia per proteggere l’animale dall’infezione, sia per limitare la diffusione del parassita quando il cane è già infetto.
In quest’ottica è importante che anche i cani già affetti da leishmaniosi svolgano una corretta prevenzione che li protegga dalla punture dei flebotomi.

Il periodo giusto per fare prevenzione

Il periodo d’applicazione orientativo delle misure protettive è limitato all’attività dei flebotomi vettori. In Italia si possono individuare tre periodi:

  • Nord Italia: metà maggio – fine settembre
  • Centro Italia: metà maggio – metà ottobre
  • Sud Italia: inizio maggio – metà novembre

La profilassi contro la leishmaniosi

Lo schema di profilassi della leishmaniosi nel cane ha carattere indicativo e va adattato alle singole situazioni. Per proteggere i nostri cani occorre l’azione combinata di: repellenza (protezione meccanica e chimica), vaccinazione e comportamenti efficaci.

  1. Repellenza

La scelta del tipo di protezione (meccanica o chimica) sarà di volta in volta valutata da parte del veterinario dopo aver considerato:

  • la disponibilità da parte del proprietario
  • l’ambiente in cui vive il cane
  • il modo di somministrazione (spray, spot-on, collare) e inizio protezione delle specialità medicinali con “conclamata” efficacia
  • la frequenza dei trattamenti in base all’inizio e alla durata dell’efficacia delle varie specialità medicinali.

La profilassi per il cane avviene tramite l‘applicazione sull’animale di prodotti repellenti (in genere piretroidi naturali o sintetici come la deltametrina e la permetrina), contenuti in collari, spray o fiale spot-on da applicare sulla cute, che hanno dimostrato la capacità di contrastare le punture dei pappataci.

  1. Comportamenti efficaci
  • far dormire l’animale in casa durante le ore notturne, applicando zanzariere a maglie fitte alle finestre
  • limitare le passeggiate del cane all’alba ed alla sera
  • fare uso di prodotti repellenti specifici, espressamente progettati ed indicati per proteggere dalla puntura dei flebotomi
  • rivolgersi sempre ad un medico veterinario per avere consigli sulla scelta dei presidi migliori e far controllare regolarmente il cane al fine di verificare che non sia stato infettato
  1. Vaccinazione

Il vaccino ha cambiato radicalmente l’approccio alla prevenzione della patologia, perché a differenza dei repellenti protegge il cane dall’interno, potenziando il sistema immunitario, rinforzandolo e riducendo così il rischio per il cane di contrarre la malattia.

Insieme per contrastare la Leishmaniosi

Nella cura, ma soprattutto nella prevenzione di questa patologia, il dialogo tra il proprietario e il medico veterinario è determinante. Ti suggeriamo di rivolgerti sempre al veterinario sia per attuare la profilassi che per avere informazioni sul progresso delle metodologie di contrasto alla Leishmaniosi, come il vaccino. In Clinica troverai un’intero team dedicato alla medicina preventiva che saprà guidarti nella scelta migliore per il tuo cane.

 

L’insufficienza renale nel gatto: capire per curare

Una patologia insidiosa, purtroppo piuttosto frequente tra i gatti, specie se anziani, e dalle serie conseguenze: si tratta dell’insufficienza renale, acuta o cronica.  Possiamo fronteggiarla grazie alla conoscenza, al monitoraggio e a una corretta gestione terapeutica; tutti aspetti per cui si rivela fondamentale una buona sinergia tra medico veterinario e proprietario. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta, come possiamo diagnosticarla e affrontarla

L’insufficienza renale nel gatto: di cosa si tratta

Con il termine “insufficienza renale” si indica l’incapacità dei reni di svolgere le proprie funzioni che sono numerose e fondamentali per la salute dell’organismo.
Tra queste ci sono la regolazione di alcuni ormoni, la regolazione di elettroliti e dell’equilibrio idrico del corpo e la rimozione di numerose tossine dall’organismo attraverso un processo di filtrazione del sangue che ha come risultato finale la produzione di urina.
L’insufficienza renale può insorgere in modo acuto oppure cronico. Quest’ultima è la forma più comune nel gatto, con prevalenze sulla popolazione totale che variano tra l’1,6% a oltre il 30% a seconda degli studi.
Gatti di tutte le età possono essere interessati anche se si riscontra maggiormente nei pazienti sopra i 7 anni di età.

Quali sono le cause?

Alcune delle cause che provocano insufficienza renale nel gatto possono essere:

  • malattie infettive (es. pielonefriti batteriche, FIP, FeLv, …)
  • malattie metaboliche e infiammatorie
  • malattie neoplastiche (es. linfoma)
  • malattie congenite (es. rene policistico, una condizione comune nel gatto Persiano o Himalayano)
  • calcoli vescicali o ureterali
  • assunzione di farmaci o tossici (non è il caso delle forme croniche ma è bene ricordare che ad esempio il Giglio è una pianta che se ingerita induce tossicità renale acuta e fatale nel gatto!!!).

Questo vale soprattutto per le forme acute.
Invece la causa scatenante nelle forme croniche è raramente individuabile: si tratta infatti di un processo che si sviluppa lentamente nel tempo. Una volta instauratosi il danno renale, anche se la causa primaria non è più presente, si innescano dei meccanismi per cui diventa persistente e progressivo.

I segni clinici dell’insufficienza renale

Come per tutte le patologie che si sviluppano lentamente, i segni clinici dell’insufficienza renale cronica meritano particolare attenzione, perché possono insorgere in maniera insidiosa, non essere facilmente riconoscibili da parte del proprietario e portare a ritardi nella diagnosi e nel trattamento.

Comunemente si osserva aumento marcato della sete e della produzione di urine, perdita di peso, pelo opaco, letargia e calo dell’appetito. Altri sintomi, nelle forme più avanzate, possono essere disidratazione, vomito, diarrea o costipazione, difficoltà respiratorie e debolezza marcata.

Proprio perché i sintomi non sono sempre facili da individuare è importante eseguire esami di routine nei gatti adulti e anziani, che ci aiutano ad individuare precocemente la malattia prima della comparsa di segni clinici.

Come diagnosticare l’insufficienza renale nel gatto

La diagnosi di insufficienza renale si basa principalmente sul riscontro agli esami del sangue dell’aumento di creatinina ed urea; per essere indicativo di insufficienza renale cronica il loro aumento dovrebbe durare da almeno tre mesi. Queste sostanze, prodotte dal metabolismo dell’organismo, sono normalmente eliminate attraverso il rene e un loro aumento è indicativo di una compromissione di almeno il 75% della funzionalità renale.
Perciò si tratta di marker “tardivi” di patologia: questo significa che, nel momento in cui si alzano, purtroppo gran parte del rene è già compromessa.
Più di recente è stato introdotto un altro parametro di laboratorio chiamato SDMA che, in caso di ridotta funzionalità renale, aumenta precocemente rispetto a creatinina e urea.

Anche l’esame delle urine ci può fornire indicazioni importanti sulla salute del nostro gatto e dei suoi reni: il peso specifico fornisce indicazioni sulla capacità del rene di concentrare le urine ed è importante identificare l’eventuale presenza di proteine perse in eccesso attraverso il rene compromesso (proteinuria).

Per giungere a una diagnosi è necessario inoltre che il veterinario effettui una visita clinica attenta e completa che comprenda anche il monitoraggio della pressione arteriosa.

Altrettanto importante è eseguire:

  • esami del sangue completi
  • esame ecografico dell’addome
  • studio radiografico del torace
  • esame batteriologico delle urine
  • altri esami collaterali (es. citologie d’organo, test per malattie infettive, …)

Questo ha lo scopo di:

  1. cercare di individuare, anche se non sempre possibile, la causa scatenante
  2. individuare eventuali complicanze legate all’insufficienza renale, ad esempio: aumento della pressione arteriosa, alterazione degli elettroliti (es. aumento dei fosfati e del calcio), presenza di proteinuria (perdita eccessiva di proteine attraverso le urine) e anemia.
  3. verificare la presenza di eventuali malattie concomitanti (molto comuni vista l’età avanzata degli animali in cui si riscontra l’insufficienza renale)

Avere un quadro completo della situazione clinica del gatto al momento della diagnosi è fondamentale per una corretta gestione. L’insufficienza renale cronica è una patologia progressiva nel tempo ma una corretta gestione terapeutica della stessa e di eventuali malattie concomitanti può rallentarne lo sviluppo, ridurre le complicanze e garantire una buona qualità di vita al paziente.

Come affrontare l’insufficienza renale del gatto? La corretta gestione terapeutica

Nei casi in cui la diagnosi ci permette di identificare una causa specifica per l’insufficienza renale possiamo instaurare una terapia mirata.

Tuttavia nella maggior parte dei casi la terapia è rivolta a supportare il paziente e ridurre segni clinici e complicanze. In particolare la gestione terapeutica si basa su:

La dieta

L’alimentazione ideale dovrebbe avere un apporto proteico bilanciato, integrazione di vitamine, antiossidanti, acidi grassi omega3 e potassio.
Esistono numerose diete commerciali ideali per questi pazienti; in alternativa un’alimentazione casalinga può essere presa in considerazione solo se formulata da un veterinario esperto in nutrizione. Inoltre, se il fosforo nel sangue risulta elevato è possibile somministrare farmaci che svolgono funzione chelante, ossia possono legarsi al fosforo presente nel cibo e consentire all’organismo di espellerlo.

I fluidi

Fanno parte della gestione terapeutica di questa patologia l’aumento dell’apporto idrico e la supplementazione di fluidi. È importante favorire una maggiore assunzione di acqua da parte del gatto, sia somministrando cibo umido (se gradito) sia fornendo sempre acqua fresca e corrente a disposizione (es. con l’uso di fontanelle).
Se questo non basta è possibile integrare la quota idrica con fluidi somministrati per via sottocutanea; prima di farlo è sempre indispensabile consultare il veterinario…non sempre i fluidi sono necessari e se in eccesso possono essere dannosi!

Terapie mediche

  • terapia medica per l’ipertensione sistemica se presente
  • terapia medica per la proteinuria se presente
  • terapia medica sintomatica se sono presenti sintomi gastro-enterici
  • terapia con Eritropoietina o Darbepoetina se presente grave anemia

È inoltre fondamentale interrompere qualsiasi farmaco potenzialmente nefrotossico precedentemente assunto.

La prognosi per l’insufficienza renale cronica nel gatto: aspettativa e qualità della vita

La prognosi è ovviamente legata alla gravità della patologia. Seguendo le indicazioni delle linee guida internazionali possiamo classificare ogni paziente con insufficienza renale cronica in 4 stadi in base al valore di creatinina e in sottogruppi in base alla presenza o meno di ipertensione sistemica e proteinuria. Questa classificazione, oltre ad essere utile nel trattamento, aiuta a stabilire la prognosi per ogni paziente.
In particolare dagli studi emerge che gatti classificati in stadio II (con valori di creatina tra 1,6 e 2,8mg/dl) hanno un’aspettativa di vita di 3 anni mentre gatti in stadio IV (con valori di creatinina superiori a 5mg/dl) hanno una prognosi di poco più di un mese.

Certamente esistono molte variabili individuali, questi numeri non devono essere presi alla lettera ma ci aiutano a classificare la patologia, determinarne la gravità e monitorarne la progressione.

È stato inoltre dimostrato come gatti con insufficienza renale che seguono un’alimentazione adeguata abbiano tempi di sopravvivenza significativamente maggiori rispetto a quelli che non la seguono.
La prognosi risulta poi essere migliore nei pazienti in cui la proteinuria viene ridotta con terapia medica. E ancora: la gestione dell’ipertensione sistemica, seppur nel gatto non sia stata dimostrata essere un fattore di rischio, migliora la qualità di vita dei pazienti.

Proprietari e veterinari insieme per fronteggiare al meglio l’insufficienza renale cronica nel gatto

L’insufficienza renale cronica, sviluppandosi lentamente nel tempo, può essere una malattia inizialmente insidiosa con sintomi difficilmente riconoscibili dal proprietario. Soprattutto nei gatti anziani esami ematologici e delle urine di routine ogni 6-12 mesi sono indispensabili per individuare precocemente la patologia ed intervenire per rallentarne lo sviluppo.

Una volta stabilita la diagnosi è importante seguire le indicazioni del medico veterinario ed effettuare visite ed esami di controllo a cadenza regolare (stabilita in modo individuale) per monitorare la progressione della patologia, modificare la terapia e gestire le eventuali complicanze al fine di garantire una buona qualità di vita al gatto.

Il ruolo del medico veterinario e del proprietario, svolti in sinergia e piena collaborazione, sono determinanti per assicurare al gatto che soffre di insufficienza renale cronica una maggior durata e migliore qualità della vita.

Diabete felino: miti e verità nutrizionali

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Il diabete mellito è una patologia endocrina molto comune nel gatto, con una prevalenza stimata intorno allo 0,20-1,25% nella popolazione felina globale. Negli ultimi anni, tuttavia, la patologia sembrerebbe essere in aumento. Ciò può riflettere, da una parte, una maggiore disponibilità da parte dei proprietari a sottoporre i propri gatti a cure veterinarie, portando ad una diagnosi precoce, ma dall’altra può essere legata ad un aumento dei principali fattori di rischio associati a questa malattia

Cosa si intende per diabete mellito?

Il termine “mellito” deriva dalla parola latina mellitus, aggettivo che rimanda al miele e alle sue caratteristiche, in particolare la dolcezza. Tale espressione fa riferimento al fatto che, in soggetti affetti da diabete, si verifica una perdita di glucosio attraverso le urine (glicosuria) le quali risultano, per l’appunto, zuccherine. La glicosuria è una conseguenza della incapacità da parte delle cellule dell’organismo di utilizzare il glucosio ematico, con conseguente sviluppo di iperglicemia.

In medicina umana e veterinaria esistono differenti forme di diabete mellito, le più comuni delle quali vengono definite come diabete di tipo I e di tipo II. Mentre il diabete di tipo I è prevalente nel cane, la tipologia che riscontriamo con maggior frequenza nella specie felina è il diabete di tipo II. Questa forma è conseguente ad una condizione acquisita nota come insulino-resistenza: l’incapacità delle cellule dell’organismo di utilizzare l’insulina per riduzione o alterazione dei recettori cellulari. Vi è una stretta relazione tra questo tipo di diabete ed alcuni fattori predisponenti quali il sovrappeso e l’obesità, lo stile di vita, alcuni errori alimentari: una corretta gestione dietetica svolge un ruolo chiave nello sviluppo e nel trattamento di questa malattia.

Diabete felino: fattori di rischio ambientali e nutrizionali

Parlando di fattori di rischio, sappiamo come sussista una predisposizione al diabete di tipo II nei gatti sterilizzati, di sesso maschile con età maggiore di 7 anni e che vivono indoor (ossia in appartamento, senza accesso a giardino o cortile).

La relazione esistente tra iperglicemia ed abitudini alimentari è invece più complessa ed ancora in fase di studio.
I fattori che senza dubbio sembrano aumentare il rischio di diabete includono il comportamento alimentare vorace e l’alimentazione ad libitum (non razionata) con conseguente maggiore apporto energetico che predispone all’incremento ponderale.

Diversi studi scientifici negli ultimi anni hanno cercato di fare chiarezza sulla questione. Hoenig e collaboratori (2007) hanno dimostrato che l’insulino-resistenza e la ridotta sensibilità al glucosio nei gatti siano associate all’obesità e come i gatti obesi abbiano una probabilità quattro volte superiore di sviluppare il diabete mellito rispetto ai gatti magri.
Lavori recenti, tuttavia, testimoniano come i proprietari di animali domestici sottovalutino la condizione corporea del loro gatto, non riconoscendo l’eccesso di peso come un problema di salute (di obesità e salute degli animali domestici abbiamo parlato qui)

Esiste un rapporto tra il diabete felino e i carboidrati introdotti con la dieta?

Una domanda che molti “gattofili” mi pongono in corso di consulenza nutrizionale è:

ma i carboidrati introdotti con la dieta possono aumentare il rischio di diabete mellito nei gatti?

Recenti studi scientifici hanno cercato di dare delle risposte in merito.
Si ipotizza, per esempio, che il consumo di quantità eccessive di carboidrati altamente raffinati e facilmente assorbibili (zuccheri semplici) determini nel gatto una sintesi inadeguata di insulina e che, nel corso del tempo, favorisca la deposizione di sostanza amiloide (sostanza di natura proteica che si accumula a livello extracellulare).

Questa teoria si basa sul dato, ormai assodato, che i gatti abbiano una capacità limitata di elaborare carichi di glucosio elevati, poiché sono caratterizzati da una efficiente gluconeogenesi a partire dagli amminoacidi. Ciò rappresenta un adattamento metabolico e digestivo dei felini che sono classificati come carnivori stretti o supercarnivori.

I gatti, quindi, hanno una scarsa capacità di utilizzare gli zuccheri ai fini energetici e questo può determinare una condizione di iperglicemia persistente post-prandiale.
Appare inoltre sempre più evidente, nel paziente felino, la differenza tra il ruolo dei carboidrati dietetici nello sviluppo ed il ruolo dei carboidrati dietetici nella gestione del diabete mellito:

  • Sviluppo della malattia: gli zuccheri semplici dovrebbero essere sempre evitati, in quanto facilmente digeribili e facilmente assorbibili, mentre il ruolo dei carboidrati complessi, in particolare degli amidi è ancora in fase di studio.
  • Gestione nutrizionale del paziente già diabetico: non ci sono dubbi sulla necessità in questi casi di ridurre il tenore di carboidrati (estrattivi inazotati) al fine di migliorare il controllo clinico e la risposta alla terapia insulinica sostitutiva.

Frank e collaboratori (2001) hanno valutato gli effetti di una dieta con basso contenuto di carboidrati ed elevato contenuti in fibre in gatti diabetici. Gli autori hanno riscontrato la possibilità di dimezzare la dose giornaliera di insulina, senza perdita di controllo glicemico, tre mesi dopo il cambiamento dietetico.

In uno studio Mazzaferro e collaboratori (2003) hanno valutato l’effetto un inibitore della α-glucosidasi (acarbose) somministrato da solo o combinato con una dieta a basso contenuto di carboidrati in felini iperglicemici, riscontrando una diminuzione della dipendenza dall’insulina esogena e un miglioramento del controllo glicemico nel caso della associazione tra terapia farmacologica e trattamento dietetico.

In un altro studio, 60 gatti diabetici divisi in due gruppi sono stati nutriti con una dieta a maggiore contenuto in carboidrati e fibre (dieta 1, Estrattivi Inazotati, E.I. 26%) o ad una dieta a minore contenuto in carboidrati e fibre (dieta 2, Estrattivi Inazotati 12%). I gatti nutriti con la dieta 2, a minore contenuto in Estrattivi Inazotati, avevano maggiori probabilità di entrare in remissione diabetica alla sedicesima settimana rispetto ai gatti nutriti con la dieta 1. Questi studi dimostrano che uno dei fattori determinanti per la remissione della patologia sia stato il livello complessivo di Estrattivi Inazotati della dieta.

La filaria nelle altre specie

Il ricorso a cibi umidi potrebbe essere vantaggioso nei soggetti diabetici perché il relativo processo produttivo consente l’inserimento di minori quantitativi di Estrattivi Inazotati nella formulazione.

La consulenza nutrizionale per la gestione del diabete mellito nei gatti

Secondo le linee guida ISFM (International Society of Feline Medicine) sulla gestione pratica del diabete mellito nei gatti, le diete umide a basso contenuto di carboidrati formulate per gestire il diabete felino sono l’opzione preferita, anche se le prove di ricerca a supporto di questa raccomandazione siano ancora limitate.
L’adozione di diete personalizzate, eventualmente in regime casalingo o misto, è pertanto fortemente raccomandata nei gatti diabetici.
Possono essere infatti formulati piani nutrizionali specifici per i casi di diabete felino, contenenti elevati tenori proteici di proteine di adeguato valore biologico (tagli muscolari nobili di carne), senza amidi o contenenti carboidrati complessi a basso indice glicemico, e caratterizzati da un buon mix di fibre (solubili e insolubili), utili a gestire il peso corporeo ed il controllo della glicemia.
La perdita di peso è da considerare un obiettivo prioritario per i gatti diabetici obesi e può essere ottenuta utilizzando una dieta a basso contenuto di calorie e grassi e ad elevato contenuto di fibre.

La laser-terapia in medicina veterinaria

Cos’è il laser?

Il laser non è nient’altro che luce. Il termine “LASER”, infatti, è un acronimo che sta per “Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation” ovvero “amplificazione della luce mediante emissione stimolata di radiazione“.
Questo particolare tipo di raggio di luce ha trovato applicazione nella medicina umana fin dagli anni ‘70 del ‘900. Da allora è entrata nell’uso corrente e al giorno d’oggi viene utilizzata in moltissime branche specialistiche: dalla medicina estetica alla dermatologia, dalla chirurgia oculistica alla medicina riabilitativa, dall’odontoiatria alla scleroterapia. La laser terapia è stata quindi adottata anche dalla medicina veterinaria.

Curare con la luce: l’uso terapeutico del laser

La laser-terapia, o fotobiomodulazione, sfrutta l’energia fotonica penetrante per ottenere un cambiamento nel tessuto animale (o umano) colpito dal raggio luminoso.
La maggior parte dei dispositivi veterinari utilizzati emette luce tramite un processo di amplificazione ottica basata sull’emissione di radiazioni elettromagnetiche; in altre parole, questi macchinari sono sorgenti di radiazioni elettromagnetiche che emettono energia sotto forma di fotoni.
La luce prodotta riesce a penetrare all’interno del corpo dell’animale e a produrre un “cambiamento”.
Questa proprietà del laser trova interessanti risvolti pratici nella professione veterinaria sia in ambito clinico sia chirurgico e il ricorso agli strumenti basati su questa tecnologia si sta diffondendo su larga scala.
Il successo della laser terapia in veterinaria è legato ad alcuni indiscutibili vantaggi:

  •  L’assenza di invasività della pratica: il ricorso al laser, infatti, rende non necessaria sedazione o anestesia
  • L’assenza di dolore legato alla sua applicazione
  • La quasi completa assenza di effetti collaterali (l’unica assoluta controindicazione rimane l’esposizione diretta degli occhi per cui si rende necessario indossare sempre speciali occhiali durante la seduta).

Laser terapia in veterinaria:‌ veniamo alla pratica

Sono molti gli effetti terapeutici dei trattamenti laser impiegati nella medicina veterinaria: l’alleviamento del dolore e dell’infiammazione, l’immunomodulazione e la stimolazione della guarigione delle ferite e della rigenerazione tissutale.

Alleviamento del dolore

La fotobiomodulazione può essere un’importante componente dell’approccio multimodale al dolore grazie alla sua capacità di bloccare diverse risposte biochimiche e fisiologiche lungo la via di conduzione dello stimolo dolorifico.

Il laser può quindi essere utilizzato con buoni risultati nel trattamento del dolore acuto o del dolore cronico (ad esempio dolorabilità del cavo orale, auricolare, addominale, cervicale, articolare…).
Possiamo intervenire anche sul dolore post-operatorio grazie alla capacità di riduzione dello stimolo infiammatorio con l’utilizzo del laser sia in sede intra-operatoria sia post-operatoria .

La guarigione delle ferite

Un’altra interessante applicazione della laser-terapia riguarda la capacità di ripristinare la normale funzione biologica delle cellule stressate o danneggiate.

Gli effetti cellulari della terapia fotobiomodulatrice possono essere classificati in primari, ovvero luce-indotti, e secondari:

  • Effetti primari: una reazione fotochimica diretta avviene quando i fotoni emessi dal laser colpiscono i mitocondri e le membrane cellulari e l’energia fotonica viene assorbita da cromofori endogeni e convertita in energia chimica all’interno delle cellule.
  • Effetti secondari: sono portati dall’amplificazione delle fotoreazioni primarie. Vengono stimolati il metabolismo cellulare e la regolazione della via di conduzione di segnali responsabili della guarigione delle ferite come migrazione cellulare, sintesi di DNA e RNA, mitosi e proliferazione cellulare.

Tutto ciò determina cambiamenti fisiologici a livello cellulare come l’attivazione di fibroblasti, macrofagi e linfociti, rilascio del fattore della crescita e rilascio di neutrasmettitori, vasodilatazione e sintesi del collagene.

In altre parole, il laser ha la capacità di stimolare e accelerare la riproduzione e la crescita cellulare grazie a una riparazione più veloce dei tessuti danneggiati e alla regolazione della risposta infiammatoria.
Grazie al laser durante il processo di guarigione delle ferite assistiamo a:

  • Formazione di un plug contenente piastrine e fibrina;
  • Invasione della ferita da parte di neutrofili, monociti e macrofagi;
  • Proliferazione di cheratinociti e fibroblasti dal bordo della ferita
  • Formazione di tessuto di granulazione
  • Maturazione del tessuto di granulazione e delle fibre di collagene e vascolarizzazione

Terapie dermatologiche (ma non solo)

La laser-terapia trova ottime applicazioni in dermatologia, grazie alle capacità antinfiammatorie e immunomodulatrici, in particolare nel trattamento di:

  • granulomi da leccamento
  • “hot-spot” o piodermiti superficiali
  • ascessi o fistole delle ghiandole perianali
  • pododermatiti

… e non solo. La dermatologia ad oggi è forse il campo in cui la fotobiomodulazione è maggiormente conosciuta ed applicata ma le potenziali applicazioni della laser-terapia sono innumerevoli.
Esistono studi sull’efficacia di questa tecnica per infiammazioni orali come parodontiti o stomatiti feline, disordini muscoloscheletrici e osteoartriti, per le affezioni di alte e basse vie respiratorie (asma felina, collasso tracheale, tracheiti…), per le condizioni neurologiche (dolore neuropatico, neoplasie intracraniche, mielopatia degenerativa…), per le problematiche addominali (prostatiti, gastriti, cistiti, pancreatiti…), addirittura può essere utilizzata con efficacia in seguito a morsi di vipera.

Pododermatite in un coniglio. Si può osservare il miglioramento della condizione podale in 3 sedute distanziate di circa 7 giorni.

Applicazioni del laser terapeutico negli animali non convenzionali

Le esperienze di laser terapia nella clinica veterinaria

In questo ampio panorama di applicazioni la Clinica San Paolo sta attualmente sfruttando l’efficacia del laser per il trattamento di molte patologie, anche quelle che riguardano i cosiddetti “animali non convenzionali“.

Un ambito in cui stiamo ottenendo ottimi risultati è la cura della pododermatiti dei conigli.
La pododermatite è una patologia estremamente diffusa tra i nostri conigli domestici sia a causa della conformazione dei piedi, dove manca il cuscinetto plantare tipico invece di cani e gatti, sia per il tipo di terreno su cui sono costretti a camminare per via della vita in appartamento.
Abbiamo evidenziato importanti miglioramenti della condizione podale già dai primi trattamenti, con importante diminuzione dell’iperemia cutanea, dell’edema e della dolorabilità della parte.

Ferita aperta in una cavia. Si piò osservare l’evoluzione della cicatrizzazione della ferita in 10 giorni (3 sedute di laser-terapia a distanza di 5 giorni).

Un’altra applicazione molto utilizzata sugli animali non convenzionali riguarda l’acceleramento della guarigione delle ferite, in particolare di quelle chirurgiche. Tra gli animali non convenzionali risulta particolarmente complessa la cicatrizzazione di siti chirurgici di cavie, ratti e criceti a causa della difficoltà ad impedire l’auto-asportazione dei punti. Su queste specie abbiamo iniziato ad utilizzare il laser già nell’immediato post-operatorio e abbiamo osservato una notevole diminuzione dei tempi di cicatrizzazione.

Da non dimenticare inoltre il potenziale utilizzo della laser-terapia nelle ferite aperte, al fine di decontaminare e stimolare la cicatrizzazione di ferite/siti chirurgici il cui processo di cicatrizzazione non sta procedendo nel modo desiderato.

Il diabete nel gatto e nel cane

Dottore, il mio cane beve tanto e fa tanta pipì….è normale?

Quando decidiamo di accogliere un animale da compagnia di solito ci impegniamo anzitutto nel preparare un ambiente ideale all’interno della sua nuova casa e ci preoccupiamo di svolgere un check up completo delle sue condizioni di salute.
Di rado pensiamo che è altrettanto importante occuparci di alcune “incombenze” burocratiche per tutelare al meglio il benessere di questo nuovo componente della nostra famiglia. In alcuni casi, come il microchip dei cani, queste pratiche sono addirittura un obbligo.
​Per questo è importante conoscere quali sono le principali pratiche da espletare nei vari momenti che accompagneranno la convivenza con il nostro pet, a chi rivolgersi e perché sono tanto importanti.

Ma cos’è il diabete mellito?

Quando decidiamo di accogliere un animale da compagnia di solito ci impegniamo anzitutto nel preparare un ambiente ideale all’interno della sua nuova casa e ci preoccupiamo di svolgere un check up completo delle sue condizioni di salute.
Di rado pensiamo che è altrettanto importante occuparci di alcune “incombenze” burocratiche per tutelare al meglio il benessere di questo nuovo componente della nostra famiglia. In alcuni casi, come il microchip dei cani, queste pratiche sono addirittura un obbligo.
​Per questo è importante conoscere quali sono le principali pratiche da espletare nei vari momenti che accompagneranno la convivenza con il nostro pet, a chi rivolgersi e perché sono tanto importanti.

Quando decidiamo di accogliere un animale da compagnia di solito ci impegniamo anzitutto nel preparare un ambiente ideale all’interno della sua nuova casa e ci preoccupiamo di svolgere un check up completo delle sue condizioni di salute.
Di rado pensiamo che è altrettanto importante occuparci di alcune “incombenze” burocratiche per tutelare al meglio il benessere di questo nuovo componente della nostra famiglia. In alcuni casi, come il microchip dei cani, queste pratiche sono addirittura un obbligo.
​Per questo è importante conoscere quali sono le principali pratiche da espletare nei vari momenti che accompagneranno la convivenza con il nostro pet, a chi rivolgersi e perché sono tanto importanti.

Come si diagnostica il diabete nel gatto e nel cane?

La terapia si basa, sia nel cane che nel gatto, sulla somministrazione giornaliera di insulina e, in particolare nel gatto, sull’alimentazione corretta.
Nel caso dei cani l’insulina dovrà essere somministrata (a parte rare eccezioni) per tutta la vita dell’animale. Invece nel gatto per alcuni casi c’è possibilità di remissione dalla malattia e sospensione della terapia.
Seguire alcune semplici regole in modo costante e impostare una vera e propria routine giornaliera è importante e può semplificare la gestione da parte del proprietario e migliorare la risposta alla terapia.
Ecco le risposte alle più frequenti domande in merito:

Come conservare e somministrare l’insulina?

L’insulina va conservata in frigorifero ed è molto importante utilizzare le siringhe apposite.

Quando sommistrare l’insulina?

L’insulina va somministrata attraverso un’iniezione sottocutanea, preferibilmente ai lati del torace, la mattina e la sera (preferibilmente ogni 12 oremantenendo la stessa ora).

Qual’è la giusta alimentazione in caso di diabete?

L’alimentazione dovrebbe essere specifica per pazienti diabetici ma è bene che sia il vostro veterinario a consigliarvi l’alimento più corretto nel caso particolare del vostro animale. Se possibile è preferibile comunque dividere la dose di cibo giornaliera in due pasti uguali da somministrare ogni 12 ore, appena prima dell’iniezione di insulina.
È importante che cani e gatti obesi raggiungano un peso normale attraverso la
dieta e un’adeguata attività fisica.

C’è una relazione tra diabete e sterilizzazione?

È consigliato sterilizzare le femmine appena possibile, specie se già colpite dalla patologia, poiché gli ormoni prodotti durante l’estro rendono difficile il controllo della glicemia.

Quali sono le possibili complicanze?

Nel cane complicanze comuni nel lungo periodo sono lo sviluppo di cataratta (opacizzazione del cristallino dell’occhio che colpisce circa l’80% dei cani con diabete mellito) e nel gatto lo sviluppo di neuropatie (circa il 10% dei pazienti). Altre complicanze possono essere lo sviluppo di pancreatiti e infezioni delle vie urinarie ricorrenti.
Un’importante complicanza, in entrambe le specie, può essere lo sviluppo di chetoacidosi, una condizione grave che si manifesta con anoressia, vomito, grave abbattimento e richiede l’ospedalizzazione dell’animale.

I controlli necessari in caso di diabete

Soprattutto nel primo periodo, al fine di impostare la dose di insulina corretta per ogni paziente, saranno necessari alcuni controlli presso il veterinario … e alcuni controlli a casa!
Dal veterinario verranno controllati i valori di glicemia, di fruttosamine e glucosio nelle urine ma è importante il ruolo del proprietario per capire se i segni clinici (aumento della produzione di urine, della sete, della fame e il peso) sono sotto controllo.
In genere serve qualche mese per ottenere un buon controllo della malattia … è importante quindi avere pazienza!

Concludendo…

Il diabete è una malattia facilmente diagnosticabile che richiede però molta pazienza e impegno per la gestione terapeutica da parte del proprietario e del nostro amico a quattro zampe!
Seguendo le indicazioni del veterinario, un’alimentazione e un’attività fisica adeguate cani e gatti diabetici possono avere una buona prognosi e un’ottima qualità di vita!

Encefalite nei conigli o Encephalitozoon Cuniculi: una patologia complessa e sottostimata

Vi è mai capitato di vedere il vostro coniglietto con la testa ruotata e poi, entro qualche giorno, di osservarlo magari perdere l’equilibrio o girare in tondo?
Con buona probabilità potrebbe trattarsi di un’encefalite causata da un parassita: l’Encephalitozoon cuniculi.
L’Encephalitozoonosi del coniglio è una patologia di cui sappiamo poco con certezza: è ancora in fase di studio nella sua epidemiologia, diffusione nell’ospite e nella sua diagnosi clinica. L’E. Cuniculi è conosciuto per lo più come prima causa di sindrome vestibolare nei conigli (altre cause più rare possono essere le otiti interne o altri problemi cerebrali infiammatori, neoplastici e vascolari), ma non meno di frequente provoca lesioni infiammatorie in altri organi, con conseguenti sintomi clinici.

Cosa provoca l’encefalite dei conigli? L’agente patogeno

L’E. Cunicoli è un microsporidio, cioè un parassita endocellulare obbligato che si diffonde tramite la produzione di spore.
L’infezione o infestazione perciò avviene tramite l’ingestione di materiale contaminato con urine, secreto o feci contenenti le spore, quindi prodotte da animale infetto e in fase secernente le spore.
Non si esclude anche un contagio madre/feto ma per ora ci sono ancora pochi studi al riguardo. Il patogeno si propaga in diversi organi quali polmoni, fegato e reni -in fase acuta- encefalo e cuore -in fase cronica- e cristallino oculare -nel caso di infezione in età giovanile. All’interno delle cellule ne provoca la rottura, e questa a sua volta attiva una risposta infiammatoria.

L’infiammazione cronica sviluppa lesioni granulomatose a livello degli organi colpiti; in primis encefalo, reni e cristallino. Non di rado è possibile osservare quindi delle caratteristiche “macchie” biancastre all’interno dell’occhio.
Il paziente infetto e sintomatico può quindi manifestare meningoencefaliti, mieliti, miocarditiepatiti, nefriti, cataratteuveiti. Purtroppo l’encefalite nei conigli è una patologia subdola e non tutti i pazienti infetti sono sintomatici. L’E. Cuniculi può rimanere latente per anni, per tutta la vita, o presentare dopo tempo lesioni conseguenti ad un’infezione cronica. 

Quando dobbiamo sospettare un’Encephalitozoonosi?

segni clinici per sospettare un’infestazione da E. Cuniculi sono molti e diversi a seconda dell’organo interessato.
I sintomi che si possono riscontrare con maggior frequenza coinvolgono:

  • L’encefalo 
    • testa  ruotata
    • perdita di equilibrio
    • rotolamenti
    • nistagmo
    • più raramente convulsioni o paralisi
  • I reni
    • polidipsia  e poliuria (aumento di sete e urina)
    • inappetenza
    • dimagrimento importante
    • stasi gastroenterica
  • Gli occhi
    • cataratta
    • uveite fococlastica

Anche se ci riferiamo a questa patologia come “encefalite” non dimentichiamo che nei conigli interessa potenzialmente anche altri organi, quindi patologie come miocarditi o epatiti possono a loro volta essere causate da E. Cunicoli.

Come fare la diagnosi?

Una diagnosi certa di encefalite nei conigli è quasi impossibile, e non necessaria ai fini della cura. Alla diagnosi definitiva infatti si giunge solo mediante esame istopatologico, che di solito avviene in contesto autoptico
In vita è possibile solamente avere una diagnosi di probabile Encephalitozoonosi, a cui si giunge quando si abbinano i sintomi ad un esame sieropositivo agli anticorpi della malattia. 
Quando ci troviamo di fronte ad un sospetto clinico di prassi procediamo con un l’esame che ci consente di valutare le IgG e le IgM; un elevato valore di IgM associato a sintomi clinici di Encephalitozoonosi fornisce una diagnosi altamente probabile. Il solo aumento degli anticorpi IgG segnala invece un contatto con il parassita nel passato o un’infezione latente, tale valore non ci aiuta quindi nella diagnosi.

Come si cura l’encefalite dei conigli?

Anche se si tratta di una patologia molto seria, l’encefalite dei conigli può essere curata e con ottimi esiti. I farmaci utilizzati per combattere il parassita sono i benzilimidazoli tra cui il più noto febendazolo (panacur), per alcune settimane. In caso di sintomi neurologici è consigliato associare anche la somministrazione di corticosteroidi per pochi giorni.
Fondamentale è poi andare a contrastare i sintomi: impostare una terapia per la stasi gastroenterica semanifesta, alimentare ed abbeverare forzatamente, utilizzare opportuni sedativi in caso di sintomi neurologici importanti, valutare un’opportuna fluidoterapia in caso di insufficienza renale. In poco tempo con il trattamento si osservano evidenti miglioramenti sintomatici.
farmaci servono per eliminare il parassita o contrastare i sintomi, ma non possono rimuovere le lesioni granulomatose infiammatorie causate dal parassita stesso. Questo è il motivo per cui è importante cercare di arrivare ad una diagnosi che sia il più possibile precoceSe al contrario la diagnosi e la terapia sono tardive i sintomi possono diventare irreversibili: questo avviene soprattutto in caso di testa ruotata o uveiti.

Conoscere è il primo passo per tutelare la salute dei nostri amici conigli

L’encefalite è dunque una patologia molto seria, che rischia di avere ripercussioni irreversibili sulla salute e qualità della vita dei conigli domestici. Per questo vi consigliamo di prestare attenzione ad eventuali sintomi e di ricorrere con fiducia ai medici veterinari. Competenza, esperienza e test diagnostici sono gli strumenti che possono condurre a una corretta diagnosi e a intraprendere una cura in tempo utile.

Gatti e cani in sovrappeso? Un approccio efficace coinvolge tutta la famiglia

I nostri amici a quattro zampe sono ormai parte delle nostre famiglie; e nelle famiglie si condivide tutto: affetto, abitudini, purtroppo anche i problemi.
L’obesità rappresenta una delle patologie metaboliche caratterizzate da maggiore incidenza nella popolazione umana, così come in quelle canina e felina. Lo stretto legame affettivo che si crea tra i proprietari e i loro animali da compagnia spesso finisce per coinvolgere anche scorrette abitudini alimentari. Nella pratica clinica quotidiana capita spesso di constatare che gatti o un cani in sovrappeso sono inseriti in un contesto familiare composto da individui che lottano per il raggiungimento del peso ottimale.

Di fronte al un problema condiviso, medici e veterinari hanno cominciato ad adottare strategie comuni nel tentativo di porre un freno al dilagare della malattia. L’approccio One Health (che tradotto significa “una sola salute”) affronta il problema di umani, gatti e cani in sovrappeso in un’ ottica di coinvolgimento globale del nucleo famigliare; ed è un successo!

Salute per tutti! Un obiettivo possibile, con un po’ di impegno.
A partire dai veterinari

Purtroppo la maggior parte dei proprietari tende a sottovalutare il problema, anche se ormai sappiamo per certo che l’eccesso di adipe corporeo influenza negativamente la salute, la durata e la qualità della vita.
I veterinari
, inoltre, hanno spesso difficoltà nell’instaurare un’interazione ed una comunicazione efficace con i proprietari quando si tratta di problemi di malnutrizione “in eccesso”. Per un clinico, infatti, e’ compito arduo e delicato comunicare ad un proprietario in sovrappeso come anche il proprio felino sia obeso .

Perché ci sono tanti gatti e cani in sovrappeso?

Vari e diversi tra loro sono i fattori di rischio individuati negli animali domestici come origine dell’eccessiva adiposità che caratterizza la malattia:

  • genetica
  • sterilizzazione
  • scarsa attività fisica
  • diete ad alto contenuto di grassi e carboidrati
  • ricorso esagerato a premi ed extras
  • alterazioni a carico del microbiota intestinale (ovvero l’insieme dei batteri che popolano l’intestino).

Numerosi studi hanno indagato le possibili cause di una eccessiva adiposita’ e le comorbidità che ne derivano (ad es. diabete di tipo 2, patologie cardiovascolari, ortopediche, urinarie, etc…), senza arrivare a una conclusione univoca.
Se la causa deve essere ancora essere completamente chiarita un approccio multimodale e proattivo all’animale ed al proprio “compagno” umano è fondamentale per garantire una perdita di peso di successo. A partire da una corretta cultura ed informazione alimentare.

Un affare di famiglia

Le implicazioni negative del sovrappeso sulla salute si conoscono da tempo, e molti strumenti sono stati messi in campo per contrastare la diffusione di questo problema. Tuttavia non si registrano i successi sperati. Per questo è utile sviluppare un approccio nuovo al modo in cui si discute la questione del peso in eccesso in corso di consulenza clinica.
L’attenzione va alla salute totale: “salute a tutte le taglie”. Perché l’obiettivo primario dovrebbe essere la salute di tutti i pazienti, umani, felini e cani in sovrappeso. Parlare con i pazienti, promuovere una nuova cultura alimentare e cambiamenti nello stile di vita assicura notevoli successi; ma non è sempre facile.

La corretta comunicazione

La gestione del peso e la valutazione nutrizionale dovrebbero rappresentare parte integrante della visita clinica di ogni animale domestico. Tuttavia i veterinari sono spesso riluttanti a parlare di obesità e ad educare i clienti a riguardo. Convincere i clienti ad aderire ai programmi di riduzione del peso per gli animali domestici obesi può risultare difficile e questo rende molti professionisti insicuri nel comunicare ad un proprietario di pet come il proprio animale sia obeso. Temono che questa affermazione offenda, sconvolga o faccia arrabbiare il cliente, inducendolo a rivolgersi altrove. L’obesità, tuttavia, è una questione importante per gli animali domestici ed è una responsabilità professionale affrontarla come qualsiasi altra malattia grave.

Il riconoscimento dell’obesità da parte del team sanitario è di importanza vitale per iniziare la discussione. Ciò viene effettuato attraverso la pesatura periodica e l’assegnazione di un punteggio di condizione corporea (BCS). Inoltre, le informazioni sulla dieta (tipo, quantità e frequenza di alimentazione), sugli snacks e sull’esercizio devono essere accertate.

Considerato inoltre il forte legame emotivo esistente tra animale ed uomo (circa il 70% dei proprietari di pets vedono il loro animale domestico come un familiare!), la corretta comunicazione relativa all’obesità dovrebbe essere intrapresa sulla base della “fase di cambiamento” in cui si trovano, ossia dell’attitudine di una persona a cambiare direzione.

Alcuni studiosi suggeriscono il ricorso alla cosiddetta “Comunicazione basata sull’intervista motivazionale” (MICO): un approccio alla comunicazione tra paziente e cliente che si caratterizza come una conversazione terapeutica che utilizza uno stile di comunicazione orientato a favorire i cambiamenti comportamentali e lo stato di salute. L’obiettivo è quello di aumentare la motivazione intrinseca, impegnandosi in un’attività di interesse o soddisfazione personale o soddisfazione piuttosto che concentrarsi soltanto sulle conseguenze esterne.

Quando i clienti diventano motivati a far parte del team di assistenza sanitaria per la salute del loro animale domestico obeso saranno i migliori alleati nel mettere in pratica il piano di perdita di peso individualizzato ideato per loro. Numerose diete per la riduzione del peso sono attualmente disponibili per gli animali domestici; tuttavia, la sola dieta non è sufficiente per raggiungere l’obiettivo di perdita di peso desiderato. L’esercizio fisico è una componente importante dei programmi di perdita di peso e del mantenimento: l’aumento della spesa energetica, oltre a modificare il bilancio dell’energia, fornisce una perdita di peso più consistente e migliore nei cani in sovrappeso.
Ma ci sono benefici anche per la salute del proprietario dell’animale con cui l’attività viene condivisa. Questo esercizio, perché abbia successo, dev’essere definito e misurabile. Solo perché il cane o il gatto si recano nel cortile di casa non garantisce che l’esercizio sia sufficiente. Meglio prendere l’abitudine di fare passeggiate, e pianificarle in termini di tempo o di distanza, o praticare altri esercizi che devono pertanto essere prescritti nel dettaglio.

L’ approccio One Health: una strategia efficace per aiutare gatti e cani in sovrappeso

Negli ultimi 30 anni la diffusione dell’obesità sia nelle persone che negli animali è aumentata, nonostante gli sforzi profusi a riguardo . Gli interventi multi- componente (ad esempio dieta, attività fisica e strategie comportamentali) hanno dimostrato l’ottima efficacia nella promozione della perdita di peso. Tuttavia, il mantenimento a lungo termine, indipendentemente da come sia stata raggiunta tale perdita di peso, rimane spesso una delle maggiori sfide per la realizzazione di trattamenti efficaci.

Le difficoltà che emergono tutte le volte che si tenta di affrontare la questione sono legate principalmente alla complessità del problema. In ogni singolo paziente, umano o animale, l’eziologia dell’obesità implica infatti vari gradi di interazione tra genetica, biologia, ambiente e comportamento. Le barriere al successo sono sia di tipo mentale che fisiologico. Si ritiene infatti che le difficoltà nell’aderire, a lungo termine, ai regimi che promuovono la perdita di peso nei gatti o nei cani in sovrappeso siano alla base degli alti tassi di recidiva osservati nelle persone , sia che si tratti di interventi dietetici e / o di attività fisica.

Come funziona l’approccio “One health” nell’aiutare gatti e cani in sovrappeso?

Il principio alla base di un approccio One Health è la collaborazione interdisciplinare per promuovere la salute delle persone, degli animali e dell’ambiente. Per quanto riguarda il ruolo specifico degli animali da compagnia, l’OHC (il comitato unico per la salute umana ed animale della WSAVA) ha proposto tre aree d’interesse, le prime due delle quali sono particolarmente applicabili alla lotta contro l’obesità in persone e animali. Usando la struttura dell’OHC per affrontare questa sfida possiamo adottare due approcci:

  1. sfruttiamo il potere del legame uomo-animale per promuovere stili di vita più sani per le persone e i loro conviventi
  2. utilizziamo ricerche cliniche comparative e transazionali per aiutarci a raggiungere strategie efficaci e risultati migliori nella prevenzione e nel trattamento dell’obesità.

Esiste indubbiamente un grande potenziale nell’impiegare un approccio One Health per il trattamento e la prevenzione di questa condizione.
Come sempre raggiungere questi risultati è più semplice quando si uniscono e si coordinano gli sforzi congiunti di un gruppo di individui che vedano nella sinergia di competenza tra diverse discipline scientifiche e mediche la chiave del successo. Le parti interessate avranno inoltre bisogno dei mezzi ed opportunità per comunicare e collaborare, includendo in questi anche le risorse materiali ed il finanziamento economico alla ricerca.

La nutrizionista: il professionista giusto per aiutare gatti e cani in sovrappeso

Proprio perché la collaborazione di differenti professionisti è la strada migliore per tutelare la salute di tutti opero da alcuni mesi presso la Clinica Veterinaria San Paolo, che desiderava così offrire un supporto in più al benessere di tutta la famiglia, compresi i suoi componenti a quattro zampe. Per ogni problema di sovrappeso non esitare a consultarmi. Sapremo trovare l’approccio giusto per centrare l’obiettivo di garantire ai tuoi amici una vita lunga e sana.