La tosse dei canili: una malattia contagiosa che oggi possiamo prevenire con un vaccino

Avete mai avuto a che fare con una fortissima tosse del vostro cane? Questa tosse ingravescente che dura per lungo periodo viene chiamata in gergo tosse dei canili. Si tratta infatti di una malattia estremamente contagiosa; se si diffonde in un luogo molto affollato, come un canile o un’area cani, tutti i soggetti cominciano a sviluppare la sintomatologia entro pochi giorni creando un terribile concerto.

La tosse dei canili inoltre è piuttosto fastidiosa: richiede trattamenti antibiotici fino a venti giorni. Non solo, crea disagi sgradevoli ai nostri amici, come il vomito dopo il pasto causato dallo sforzo tussigeno.
Per fortuna oggi è possibile prevenirla, scopriamo come:

Contro la Bordetella (tosse dei canili)? un vaccino!

La tosse che colpisce i nostri cani può essere imputata a molteplici cause. Spesso durante i cambi stagione, in particolare nel periodo autunnale, può comparire una tosse in genere non produttiva, di natura infettiva e a carattere spesso ingravescente.

I sintomi

La gravità dei sintomi con cui questa tosse si manifesta dipende dal sistema immunitario del cane e dal numero e tipo di agenti infettivi coinvolti.
La tosse in genere è piuttosto forte e può provocare conati di vomito con i quali si ha l’espulsione di saliva.
Quest’ultimo sintomo è quello più subdolo, perché spesso porta il padrone a scambiare il problema per un episodio di malessere gastrico; così è più difficile arrivare alla giusta cura.

Le cause

In genere queste forme respiratorie riconoscono differenti virus come agenti eziologici ma è riconosciuto anche il ruolo di alcuni batteri.
I virus coinvolti principalmente sono gli adenovirus canini (CAV-1 e CAV-2), il virus della parainfluenza, il reovirus canino, l’herpesvirus canino e il coronavirus respiratorio canino.
Il batterio principale è la Bordetella bronchiseptica.
Sia i virus che i batteri si diffondo nell’aria tutte le volte che cani infetti tossiscono o starnutiscono. Quando vi sono numerosi cani a contatto tra di loro, come avviene nei canili o nelle mostre canine o nelle aree cani dei nostri parchi cittadini, l’infezione si diffonde rapidamente e colpisce molti cani.
In particolare la tosse, come sintomo, è l’effetto degli agenti infettivi che danneggiano e irritano il rivestimento della trachea e delle vie respiratorie superiori.

Il trattamento

La terapia si basa sull’utilizzo di antibiotici mirati che vanno a colpire i batteri coinvolti in questa sindrome. Nelle forme più gravi può rendersi necessario anche l’utilizzo di antinfiammatori e anti-tussigeni.

Il vaccino: tutti i vantaggi della prevenzione

Abbiamo visto che la Bordetella è molto infettiva, si diffonde rapidamente e provoca al nostro cane problemi molto fastidiosi che richiedono cure anche importanti per regredire. Si tratta quindi di una patologia per cui la prevenzione è di certo la soluzione da preferire.

Per fortuna oggi è possibile prevenire questa sindrome  attraverso una semplice vaccinazione.
Questo particolare tipo di vaccino prevede la somministrazione intra-nasale di una piccola quantità di liquido in un’unica somministrazione da ripetere annualmente; semplice e indolore, niente puntura!
Il vaccino fornisce un’immunizzazione attiva nei confronti di Bordetella bronchiseptica e del virus della parainfluenza canina, i principali agenti eziologici di questa tosse fastidiosa.

I nostri veterinari sono sempre a tua disposizione: rivolgiti a loro per avere maggiori informazioni sul vaccino e per valutare insieme l’opportunità di effettuarlo.

Scopriamo i nostri medici più nascosti nel laboratorio analisi veterinarie

Incontriamo i veri “topi da laboratorio”!

Spesso è difficile immaginare tutto quello che succede dietro le quinte della Clinica. Tra le cose meno palpabili del nostro lavoro c’è sicuramente quello che accade nel laboratorio per le analisi veterinarie.

Eppure molti dei nostri successi diagnostici si fondano proprio sul lavoro svolto dalla medicina di laboratorio e sulla sua qualità!

Questo piccolo approfondimento nasce per darvi l’opportunità di toccare un poco con mano l’attività del laboratorio e tutto l’impegno che ci mettiamo in questo settore per darvi sempre risultati rapidi, attendibili ed accurati.

Sin dall’inizio della nostra avventura abbiamo creduto nell’importanza di effettuare gli esami in sede: solo così saremmo stati in grado di garantire rapide diagnosi e consentire il monitoraggio costante dei pazienti ricoverati.

Da sempre siamo riusciti a garantire questo servizio. Ma uno dei valori della Clinica è quello del costante miglioramento e aggiornamento: per questo ho intrapreso un master in patologia clinica e medicina di laboratorio, un percorso grazie al quale ho potuto ampliare i miei orizzonti.

Mi ha dato la formazione giusta per scegliere accuratamente i macchinari più performanti, assumere la direzione di questa area e dedicarmi esclusivamente alla sua gestione.
Quando ci siamo resi conto che era il tempo di fare un ulteriore passo avanti ci affidammo alla dottoressa Elisa Maggi.

Elisa lavora con noi da circa due anni e’ una patologa clinica, citologa ed ematologa veterinaria ed e’ la responsabile del nostro laboratorio.

In poche parole, risolve problemi.

Patologia clinica: scopriamo chi è e cosa fa chi lavora nel laboratorio analisi veterinarie

La patologa clinica è la persona che, senza mai visitare un animale, propone, talvolta sviluppa ed interpreta gli esami (la versione veterinaria di CSI, per capirci).
Lavora in laboratorio ma a stretto contatto con i medici clinici: un confronto continuo che arricchisce entrambi. La sua vasta esperienza professionale ci ha consentito di recente di acquisire nuove tecnologie e metodiche diagnostiche.

Oggi in Clinica è possibile ottenere parametri di biochimica liquida e nuovi indicatori specifici di patologia (proteina C reattiva, PU\CU, fruttosamine). È  possibile inoltre eseguire

  • esami di emergenza con emogas
  • analisi sui pazienti critici
  • diagnosi su strisci ematici
  • interpretazione citologica di neoformazioni oncologiche

Le nuove metodiche e strumentazioni hanno aumentato ancora l’accuratezza dei risultati e ci hanno permesso di svolgere un lavoro di ricerca più preciso ma anche più emozionante!

Nonostante le nostre attrezzature siano sempre più avanzate, non è possibile comunque sviluppare in sede tutti gli esami. Alcuni di essi richiedono macchinari altamente sofisticati o procedure molto lunghe (come per i preparati istopatologici che arrivano dalla chirurgia).
In tal caso ci avvaliamo da sempre della collaborazione e dell’affidabilità dei risultati del più grande laboratorio veterinario a livello internazionale.
Una struttura d’eccellenza con cui intratteniamo da anni rapporti di fitta collaborazione; in più occasioni abbiamo avuto l’occasione di ospitare in sede i suoi patologi, che hanno tenuto lezioni presso la nostra Vet School.

Il servizi del laboratorio analisi veterinarie

Ed eccovi ora,una carrellata delle principali prestazioni che siamo in gradi di fornirvi direttamente in Clinica grazie alla presenza del laboratorio analisi veterinarie:

1. Esami del sangue:
Indagini fondamentali che vanno scelte attentamente dal medico. Ogni paziente ha il suo pannello ideale. Sempre a digiuno da almeno dodici ore!
_ Esame emocromo citometrico
_ Micro ematocrito
_ Parametri biochimici generali (anche in chimica liquida)
_ Parametri biochimici particolari (PRC, fruttosamine, lipasi, colesterolo…)
_ Elettroliti
_ Tiroide
_ Fenobarbitalemia (controllo per pazienti in terapia anti epilettica)
_ Emogas analisi
_ Esami biochimici specifici per rettili e uccelli
Test rapidi per tutte le principali malattie infettive

2. Esami delle Urine

Sapevate che a seconda del tipo di esame le urine devono essere raccolte soltanto per via ecografica?
Sapevate che riconoscere i cristalli può essere un compito molto ostico? Le urine ci danno informazioni fondamentali quanto gli esami del sangue!
_ Analisi chimico/fisica
_ Esame del sedimento urinario
_ Proteine/creatinina urinaria (per pazienti nefropatici)

3. Esami delle Feci
Un esame accurato delle feci non è mai banale. La raccolta del campione adeguato e la sua preparazione sono fondamentali. Diversi tipi di esami ci supportano in diversi tipi di ricerca. Sempre su campioni raccolti per tre giorni consecutivi!
_ Esami per identificazione parassiti
_ Esame Baermann (per identificazione di parassiti occulti di piccole dimensioni)
_ Test giardia
_ Test Parvovirosi
_ Citologia fecale

4. Ematologia/citologia
Interpretare un campione citologico è per un occhio inesperto come guardare un quadro di arte contemporanea. In realtà dietro quelle figure rosa e azzurre si nasconde un fantastico micro mondo in attività che ti può indicare la chiave del problema.
Forse non e’ una cosa per tutti ma il piccolo mondo delle cellule e’ davvero affascinante!
-Lettura dello striscio ematico
-Lettura di striscio midollo osseo
-Analisi citologica dei versamenti
-Lettura citologica di campionamenti da neoplasie e neoformazioni

5. Parassitologia (parassiti esterni)
Alla scoperta di tutto ciò che li fa (e ci fa) grattare!
-Lettura campionamenti cutanei
-Lettura campioni auricolari
-Esame per identificazione micosi

Tutti servizi che non solo possono agevolare la diagnosi in presenza di sintomi preoccupanti, ma ci possono anche aiutare nella prevenzione. Per questo sono tra le prestazioni incluse in molti nostri pacchetti.

Un caro saluto dal nostro staff piu’ silenzioso ma sempre efficiente!

Lo chiamavano bocca di rosa…

Principali problemi dentali e parodontali: il tartaro in cane e gatto

Ogni giorno i nostri animali di casa condividono con noi gli spazi più intimi. Ci leccano, ci baciano quando rientriamo da lavoro, spesso dormono addirittura nei nostri letti.
Vi è mai capitato in queste situazioni di condivisione di percepire un odore nauseabondo provenire dalle loro bocche?

Ad un veterinario viene subito in mente questa domanda, perché si tratta quasi sempre del primo e unico motivo che spinge le persone a portare i propri amici dal veterinario per un controllo orale. Ma attenzione: noi sappiamo che quando questa situazione si verifica, purtroppo, è già tardi.

Infatti l’odore sgradevole e’ il segnale di una forte infiammazione associata alla fermentazione batterica. Sapevate che nella bocca di uno dei nostri animali possono annidarsi fino a quattrocento, cinquecento specie diverse di batteri?

Questi organismi si replicano a dismisura nella cavità orale e sono causa delle cosiddette malattie dentali e parodontali.
Ecco come fanno:

  • prima si crea la placca dentale: si tratta di una pellicola asettica, di probabile origine salivare, che ricopre i denti e crea un terreno perfetto per la crescita dei microrganismi. 
  • La pullulazione dei microrganismi porta ad un ispessimento della placca e alla conversione ad un metabolismo batterico in anaerobio con produzione di sostanze acide che vanno a ledere lo smalto dentale.  
  • La placca mineralizza e si forma così il temuto tartaro. Nei nostri animali si presenta molto spesso e di colore marroncino. 
  • Al di sotto dello stato di tartaro prosegue la replicazione batterica. I batteri aggrediscono anche le gengive infiammandole e creando retrazione gengivale, esposizione della radice dentale ed indebolimento del sottile osso alveolare che contiene i denti bene incastonati in mandibola e mascella.

Questo processo rende i denti mobili e, a lungo termine, ne causa la caduta. 

Gravi infezioni dentali possono purtroppo portare anche a dolore intenso orale e a diffusione  per via ematica dei batteri su organi vitali causando gravissimi problemi renali, polmonari e cardiaci in particolare.
Va inoltre sottolineato che questo processo e’ decisamente più’ rapido nei cani di piccola taglia.

Noi umani riusciamo a prevenire in modo efficace questi problemi grazie all’igiene orale quotidiana ed recandoci almeno una volta l’anno per una corretta detartrasi dal dentista.
I nostri animali, invece, oltre a non sentire la necessità di lavarsi i denti, sono soliti lamentarsi poco e convivere silenziosamente con questo problema. Questo è il motivo per cui ci accorgiamo sempre in ritardo che qualcosa non va.

Cosa possiamo fare per risolvere il problema del tartaro di cani e gatti?

  1. informiamoci: facciamo domande al veterinario, che sarà felice di fornire le corrette informazioni riguardo lo stato attuale della bocca e dei denti del nostro animale
    Durante la visita annuale sarà sempre cura del medico eseguire una corretta ispezione del cavo orale e valutare lo stato gengivale, l’accumulo di tartaro e la presenza eventuale di altre patologie come le neoplasie orali (purtroppo non esistono solo placca e tartaro).
  2. Preveniamo: ci sono alcuni accorgimenti che ci aiutano a prevenire e rallentare il problema. Oggi sono disponibili presidi efficaci per la spazzolatura e la pulizia, oppure presidi dietetici che rallentano la formazione della placca (diete o integratori). Il normale cibo secco non sembra svolgere una prevenzione efficace rispetto a quello umido.
  3. Curare: risolvere una sofferenza silenziosa.
    Quando possibile, in caso di gengivite possiamo consigliare di ricorrere a farmaci antinfiammatori o antibiotici per dare sollievo immediato al paziente. Se poi risulta necessaria la pulizia orale l’unico modo efficace per farlo è l’ablazione – cioè la rimozione – del tartaro con ablatore ad ultrasuoni in anestesia gassosa. 

Rimozione del tartaro in anestesia:

Non si tratta affatti di una procedura di serie B! Comporta gli stessi rischi anestesiologici di un intervento chirurgico e va effettuata con determinate precauzioni:

  • paziente intubato e su tavolo inclinato per la sicurezza anestesiologica e per evitare respirazione di detriti infetti.
  • dotazione di strumentazione dentistica di qualità con frese e trapani per effettuare eventuali estrazioni (i denti con le radici esposte vanno estratti!)
  • valutazione attenta di tutti i denti e delle tasche parodontali (gengivali)
  • eventuali ricostruzioni chirurgiche delle gengive

Attenzione: non abbinare alla detartrasi altri interventi chirurgici per evitare diffusione batterica sui siti di intervento (una volta eliminato il tartaro le gengive sanguinano e attraverso le lesioni i batteri possono finire sui siti dell’intervento chirurgico portati dal flusso sanguigno!). E’ una pratica assolutamente da sconsigliare, meglio due anestesie o se possibile risolvere prima il problema piu’ importante.

E per il gatto?​

Vale tutto quello che abbiamo detto riguardo al cane, anche se la deposizione di tartaro è piu’ lenta ed ha un’incidenza minore.

Nel gatto sono molto frequenti lesioni orali su base virale (calicivirosi), oppure su base linfoplasmacellulare o autoimmune.

Infiammazioni di questo tipo portano spesso ad intenso dolore ed alla caduta molto precoce di tutti i denti. E’ bene quindi durante la visita eseguire un controllo della bocca anche nei felini, sempre che essi siano d’accordo… le mani ovviamente le offre il vostro veterinario con il solito sprezzo del pericolo!

Prevenire i parassiti dei cani e dei gatti

Conosciamo i nostri nemici

I parassiti che possono infestare i nostri cani sono molti

e possiamo dividerli in due grandi gruppi:

  • gli ectoparassiti (ovvero i parassiti esterni come le pulci, le zecche, gli acari) 
  • gli endoparassiti (ovvero i parassiti interni come i parassiti intestinali, la filaria, la leishmania).

problemi che questi parassiti possono provocare sono molto vari. Vanno dalle dermatiti, più o meno gravi, date dalle pulci fino all’insufficienza d’organo provocata da filariosi o leishmaniosi.

Le pulci

Sono insetti ematofagi, ovvero si nutrono di sangue, e non sono specie specifici, ovvero possono infestare diverse specie animali.
Prediligono la permanenza sugli animali ma, eccezionalmente, possono colpire
anche l’uomo. La femmina adulta, dopo l’accoppiamento e i pasti di sangue sull’ospite, depone delle uova che cadono a terra; qui si sviluppano inizialmente la larva e successivamente la pupa che, infine, si trasformerà in adulto. L’adulto cercherà un ospite dove incontrare altre pulci adulte e riprodursi.

Le zecche

Appartengono alla classe degli aracnidi e sono vettori di gravi malattie, alcune potenzialmente mortali e contraibili anche dall’uomo (zoonosi). Posseggono un rostro con cui si fissano saldamente alla cute dell’ospite (animale o uomo) e da qui iniziano il loro pasto di sangue

La filaria

L’agente infettante è Dirofilaria immitis, un parassita allungato e filiforme che può raggiungere una lunghezza pari a 18 cm nel maschio e 30 cm nella femmina. Il parassita adulto vive nel cuore destro e nell’arteria polmonare con le sue diramazioni. La zanzara, facendo il pasto di sangue su un cane infetto, ingerisce le ? che, all’interno del suo corpo, maturano a larve. Quando la zanzara punge un nuovo individuo, deposita la larva sulla sua superficie cutanea: questa penetrerà nell’animale dove compirà una migrazione per raggiungere il cuore e l’arteria polmonare.

La leishmania

Mentre in passato era considerata una parassitosi presente solo in aree marittime, oggi sappiamo che si sta espandendo anche in aree considerate fino a pochi anni fa esenti (Torino e il Piemonte in generale sono ormai ampiamente colpite).
Il parassita è un protozoo trasmesso da una piccola zanzara, chiamata flebotomo o pappatacio. Il flebotomo, quando effettua un pasto di sangue su un cane infetto, ingerisce il parassita sotto forma di amastigote (sprovvisto di flagello). Nel flebotomo gli amastigoti mutano a promastigoti, provvisti di flagello,  ed infettano il cane su cui il flebotomo infetto va a fare un successivo pasto di sangue. I sintomi provocati da questa malattia sono molto variabili e comprendono perdita di pesomanifestazioni cutaneezoppiaproblemi oculariinsufficienza renale.

Gli anti-parassitari

Per fortuna, al giorno d’oggi, abbiamo a disposizione molte armi con cui prevenire l’attacco di parassiti del cane e proteggere i nostri amici a quattro zampe. Occorre però una premessa: spesso in visita ci viene chiesto quale sia il migliore antiparassitario, quello che possa proteggere il cane al 100%, quello che assicuri che il cane non venga a contatto con i parassiti.
La verità è che non esiste IN ASSOLUTO un antiparassitario migliore. Il lavoro del veterinario consiste proprio nell’utilizzare le proprio competenze per individuare e consigliare l’antiparassitario corretto a seconda del tipo di animale, del tipo di proprietario, del rischio a cui il cane verrà sottoposto a seconda della zona in cui verrà portato.
Gli antiparassitari al momento in commercio  risultano divisibili in quattro grandi categorie: i collari, gli spot-on (o pipette), le compresse e gli antiparassitari iniettivi.  

Ciascuno di questi sistemi ha caratteristiche positive e negative :

  1. Collari (es. Scalibor, Seresto, collari all’olio di neem…).
    Da scegliere perché: sono molto comodi in quanto è sufficiente applicarli al collo del cane e la protezione risulta protratta per una durata da 2 a 12 mesi a seconda del prodotto.
    Attenzione perché: si corre il rischio di “dimenticarseli” e di considerare protetto il cane anche dopo la scadenza del prodotto; possono provocare dermatiti locali; ▪ non tutti proteggono dal rischio della leishmaniosi; molti sono sconsigliati in caso di stretta convivenza con gatti o conigli
  2. Spot-on (es. Vectra 3D, Advanix, Frontline Combo, Frontline, Bravecto, Effitix, Exspot…).
    Da scegliere perché: sono di facile applicazione.
    Attenzione perché : possono provocare dermatiti nel punto di applicazione; sono segnalati problemi neurologici e/o gastroenterici transitori.
  3. Compresse (es. NexGard, NexGard Spectra, Cardotek, Interceptor, Bravecto…).
    Da scegliere perché: Facile somministrazione
    Attenzione perché : sono controindicati in pazienti con episodi di vomito/diarrea ricorrenti; è necessario che il parassita faccia il pasto di sangue sul cane per essere efficace quindi non viene completamente esclusa la possibilità di trasmissione di alcune malattie
  4. Iniettivi (es. Guardian SR, Afilaria).
    Da scegliere perché: assicurano alti livelli di protezione con un’unica somministrazione (durata per l’intera stagione) 
    Attenzione perché: possono provocare reazioni locali transitori nel sito di inoculo (pomfi); in rari casi provocano reazioni sistemiche come vomito, diarrea, edema del muso fino anche a shock anafilattico

Proprio perché le metodiche sono diverse, e ciascuna esprime la sua massima efficacia in condizioni specifiche, il nostro consiglio è di rivolgersi sempre al Medico Veterinario per la giusta profilassi. La nostra Clinica da sempre offre ai suoi clienti pacchetti completi, con tutte le prestazioni necessarie per proteggere e garantire benessere ai vostri amici, anche nella bella stagione e per i più scatenati!

La tosse cardiaca del cane

e altre problematiche dei pazienti geriatrici dal punto di vista cardiaco

“Dottore, il mio animale ha una certa età, è sempre stato arzillo ma ultimamente lo vedo strano: tossisce di notte, non vuole più fare le scale, ha l’affanno. Che cos’ha?”

Questo è quello che spesso ci riferiscono i proprietari quando portano in clinica il proprio animale anziano per una visita; alcuni si rivolgono a noi dopo una o più settimane da quando hanno notato i primi sintomi, altri già dopo pochi minuti e con una certa urgenza, in situazioni di scompenso.
Come gli umani, anche i nostri amici a quattro zampe crescono e con il passare dell’età invecchiano, manifestando più facilmente le malattie. Questa è la fase della loro vita in cui occorre prendersi cura con maggior attenzione della loro salute, perché aumenta la possibilità che siano affetti da molteplici patologie, spesso concomitanti tra loro.

Una delle malattie più comuni nel processo di invecchiamento è l’insufficienza cardiaca: il cuore, colpito da una patologia, ad un certo punto ha difficoltà a lavorare e attua dei meccanismi di compenso che possono resistere per molto tempo oppure essere sopraffatti improvvisamente.

Non solo tosse. Riconoscere i sintomi delle patologie cardiache

Esistono molto segni a cui il proprietario può prestare attenzione per prevenire situazioni difficili da gestire, come: facile affaticabilità, dimagrimento, distensione addominale, aumento della sete e dell’urinazione, colorazione bluastra delle mucose e così via. Ma soffermiamoci maggiormente sui segni clinici tipici di un animale cardiopatico:

TOSSE:

La tosse è un riflesso naturale dell’organismo che ha lo scopo di eliminare tutto ciò che irrita le vie aeree. Gli stimoli che possono attivarla sono tanti e diversi, per questo non è semplice definirne la causa. Schematicamente si distinguono due tipi di tosse:

TOSSE CARDIACA:

La tosse cardiaca nel cane è il principale sintomo di presenza di cardiopatia sottostante.

Si riconosce perché è secca, sonora, senza produzione di espettorato e si manifesta con maggiore frequenza nelle ore notturne o al mattino presto, soprattutto a riposo.
Il verso emesso è molto rauco, richiama quello di un’anatra o il suono del clacson e viene spesso riferito dal proprietario con la tipica frase: “È come se avesse qualcosa incastrato in gola, prova ad espellerlo ma non riesce”

Questo tipo di tosse è un sintomo più frequente nei cani di piccola taglia. In questi pazienti infatti il torace è piccolo, cuore e bronchi sono quindi più vicini, e la situazione può essere amplificata dalla broncomalacia: un danno meccanico dei bronchi legato all’età, che ne causa maggiore comprimibilità.
Al contrario la tosse cardiaca è un sintomo meno visibile nei cani di grossa taglia, per via del torace più ampio, o nel gatto, dal momento che il suo poggia sullo sterno.

TOSSE NON CARDIACA:

Si tratta del tipico sintomo di patologie respiratorie, quali: tracheite, collasso tracheale, asma, broncomalacia, broncopolmonite,…

DISPNEA:

E’ un sintomo importante: si tratta di tipo di respirazione alterata, affannosa, sofferente. È importante che il proprietario impari a riconoscerlo per agire tempestivamente in caso di scompenso cardiaco.

Può manifestarsi con:

Tachipnea, cioè aumento della frequenza respiratoria. Come riconoscerla?

  1. Innanzitutto ricordiamo che un singolo atto respiratorio si compone di due fasiinspiratoria ed espiratoria; quindi un respiro è rappresentato dall’estensione della gabbia toracica e dalla successiva riduzione.
  2. Misuriamo la frequenza respiratoria: con orologio alla mano, si contano gli atti respiratori effettuati in un minuto. Attenzione: fatelo quando il vostro animale è a riposo, poco prima di dormire, in un luogo tranquillo con temperatura ambientale non elevata. Eviterete così di lasciarvi confondere dall’eccitazione del vostro cane o dalle fusa del vostro gatto!
  3. Se il numero di atti respiratori in un minuto supera i 30-32, allora siamo di fronte ad una tachipnea ed è necessario contattare il veterinario.

Se amate la tecnologia vi consigliamo di scaricare un’applicazione per smartphone, CardioDog Ceva: vi aiuta proprio a misurare la frequenza respiratoria e a registrarla su un grafico da inviare direttamente al proprio veterinario.

La tosse cardiaca nel cane è il principale sintomo di presenza di cardiopatia sottostante. Si riconosce perché è secca, sonora, senza produzione di espettorato

Atteggiamento di fame d’aria:

descriviamo così la condizione in cui l’animale assume diverse posizioni per far entrare più ossigeno nelle vie aeree. La bocca è spalancata, le zampe anteriori allargate, il collo esteso; mostra agitazione con palpebre dilatate e labbra retratte.

SINCOPE:

“The only difference between syncope and sudden death is that in one you wake up” Engel G.L.

Dalla citazione di questo noto psichiatra, possiamo intuire il timore dei proprietari quando ci portano in clinica il proprio animale esclamando: “Improvvisamente è caduto di colpo, non si è mosso più, ha perso coscienza e poi si è ripreso subito come se nulla fosse successo”.

Si definisce sincope, infatti, la transitoria perdita dello stato di coscienza e del tono posturale a causa di un’ipoperfusione cerebrale momentanea.
Da un punto di vista cardiaco, la sincope può essere indotta da patologie cardiostrutturali (valvulopatie, cardiomiopatie) o da disturbi del ritmo (aritmie), che, a lungo andare, compromettono la gittata cardiaca e quindi la perfusione sanguigna dell’organismo.

In realtà, esistono infiniti altri fattori che possono causare la sincope, quali: pressione arteriosa bassa, colpi di tosse continui, paura, dolore, stress emotivo,..
Talvolta può essere scatenata anche da situazioni molto comuni a cui difficilmente si potrebbe pensare come causa di perdita di coscienza, per esempio: dopo un’atto di defecazione o minzione lungo e doloroso oppure dopo una semplice deglutizione oppure da compressione del collare sul torace/collo mentre il cane tira al guinzaglio.

La diagnosi delle patologie cardiache:

Come capire quindi se il nostro paziente anziano ha una problematica cardiaca?
segni clinici riportati dal proprietario rappresentano sicuramente una buona base da cui iniziare ad ipotizzare se possa sussistere o meno una patologia cardiaca sottostante e quindi indirizzare in modo approfondito il nostro esame clinico sulla rilevazione di eventuali sintomi cardiaci.
Ma non necessariamente dal solo esame clinico è possibile individuare alterazioni del polso o delle mucose o auscultare soffi cardiaci (soprattutto se il paziente è agitato). In molti casi quindi risulta necessaria, o perfino essenziale, l’esecuzione di ulteriori indagini diagnostiche.
Quali saranno gli esami che più frequentemente verranno proposti al proprietario?

  1. Radiografie del torace: ci permettono di valutare le dimensioni del cuore, le condizioni dei polmoni, la presenza di edema polmonare o di versamento pleurico;
  2. Elettrocardiogma (ECG): è utile nell’individuazione di eventuali aritmie e può darci informazioni sull’aumento di una o più camere cardiache;
  3. Ecocardiografia: è la tecnica diagnostica che meglio ci permette di identificare un’alterazione strutturale e/o meccanica del cuore, raccogliere parametri oggettivi che ci permettono di definire la gravità della patologia.
  4. Monitoraggio Holter: è un ausilio diagnostico per individuare eventuali aritmie non manifeste durante l’esecuzione dell’ECG.

La clinica si è dotata nel corso degli anni di tutti questi strumenti proprio per poter fornire l’aiuto più efficace ai pazienti e ai loro proprietari, soprattutto nei momenti più delicati per la salute degli animali. Con la vostra collaborazione possiamo fronteggiare al meglio anche sintomi insidiosi come la tosse cardiaca.

Se il gatto cade dal balcone?

Consigli e informazioni per non ricorrere alle successive 6 vite

La loro capacità di trascorrere gran parte del tempo dormendo e la naturale indipendenza fa dei gatti amici che a volte sembrano richiedere meno attenzioni; ma la loro attività da svegli li espone comunque a dei rischi.
E i gatti non sono tutti uguali. Alcuni, per esempio, amano sostare in luoghi alti, dai quali possono avere un’ottima visuale del loro ambiente; quando si trovano in alto riescono a visualizzare uno spazio molto più ampio ed ai gatti piace molto tenere d’occhio le cose!

Questo comportamento, per quanto tipico e perfettamente normale nei gatti, diventa un vero incubo per il proprietario che vive in appartamento a un piano alto e lo trova sul cordolo del balcone a fare una pennichella, o a caccia di mosche o anche solo ad osservare.
Se avete mai visto un gatto camminare sul cornicione del balcone, sapete di cosa parlo: sprezzante del pericolo, sembra che non ci siano metri e metri di caduta sotto le sue zampe. Spericolati, indipendenti, e diciamolo, testardi. Certe volte pare proprio che i gatti si impegnino a fare il contrario di quanto desideriamo. Non vuoi che salga sul tavolo? Tenderà a farlo solo quando ci sei. Cosa succede se non vogliamo che salgano sul cornicione? Indovinate un po’ …

Gatti e cadute

Le cadute dall’alto sono eventi che coinvolgono il gatto con maggior frequenza di quanto si pensi. Negli anni questo fenomeno è stato descritto in molti modi: sindrome del grattacielo, sindrome del gatto volante o paracadutista o più semplicemente fly cat o flying cat.
Gli americani hanno coniato il termine di High Rise Syndrome (Sindrome della caduta dall’alto): argomento tanto rilevante da occupare un paragrafo importante di tutti i testi sacri di patologia del gatto.
Se un gatto che cade da notevoli altezze spesso sopravvive, questo a volte avviene solo a caro prezzo. Per questo abbiamo raccolto informazioni utili a capire perché bisogna fare molta attenzione e come comportarsi in caso di emergenza

Perché un gatto cade dal balcone?

Sono soprattutto i gatti giovani e quelli in tarda età che possono diventare potenziali Flying cat. I cuccioli sono curiosi e non conoscono bene l’ambiente; gli esemplari anziani hanno una propriocezione ridotta, o possono soffrire di problemi alla vista, articolari o neurologici.

Sono a rischio anche i  gatti che hanno vissuto a piani più bassi e vengono trasferiti su piani più alti; possono infatti aver acquisito abitudini che li inducono a saltare sul cornicione (sempre così sicuri di sé) precipitando nel vuoto.
Anche le distrazioni rappresentano un pericolo: il gatto che cade dal balcone potrebbe essere stato attirato da una mosca, un uccellino o un piccione che passa a pochi metri, oppure essere stato tradito dalla presenza di ghiaccio o di acqua sul cornicione.

Cosa può succedere al gatto che cade da una grande altezza?

  • Una caduta dell’alto del gatto può causare lesioni diverse a seconda dell’altezza,
    dell’età del felino, della sua agilità
    La traumatologia di un gatto caduto comprende:

    • EMORRAGIE INTERNE secondarie a rotture di organi interni o grandi vasi
    • SHOCK
    • PALATOSCHISI (fratture del palato)
    • TRAUMI TORACICI (schiacciamento, rottura delle costole, pneumotorace, contusioni polmonari singole o multiple)
    • TRAUMA CRANICO
    • ERNIA DIAFRAMMATICA TRAUMATICA
    • FRATTURE SPINALI, DEL CAPO e DEGLI ARTI (anteriori,Posteriori)
    • ROTTURA DELLA VESCICA o DI ORGANI o PARENCHIMATOSI (AD ESEMPIO LA MILZA O IL FEGATO)
    • ALTRE LESIONI INTERNE (come stiramenti dei muscoli o dei legamenti in generale, tra cui quelli dei legamenti epatici)

    Queste patologie possono essere diagnosticate entro pochi minuti dall’ingresso in un pronto soccorso veterinario, attraverso la visita clinica, i prelievi ematici e la diagnostica per immagini (radiografie, ecografie toraciche ed addominali). Purtroppo però la vera entità delle lesioni a volte non viene osservata fino a 48-72 ore dopo.
    Per questo occorre fare grande attenzione: se un gatto è caduto e non vedete ferite potrebbe comunque aver riportato lesioni interne molto gravi. In un primo momento infatti potrebbe dare l’impressione di stare bene, addirittura camminare (magari per l’effetto dell’adrenalina), ma avere in realtà patologie gravi. 
    Soprattutto gli stillicidi, le contusioni polmonari e/o cardiache possono impiegare tanto tempo per raggiungere il massimo grado di danno.

Da quanti piani deve cadere il gatto per subire danni?

Se un gatto cade, per esempio, dal balcone del secondo-terzo piano, specie se sotto non ci sono ostacoli e il fondo è erboso o terroso, e si tratta di un esemplare giovane e sano, di solito non si fa neppure un graffio.
A partire dal quarto piano, fino al settimo, i traumi sono più gravi e aumenta in modo significativo la mortalità.
Al contrario di quanto potremmo pensare, invece, oltre il settimo piano la mortalità diminuisce, anche se a prezzo di notevoli traumi alle ossa.

Perché un gatto che cade da un’altezza più elevata ha maggiori possibilità di sopravvivere?

Paradossalmente è più pericoloso che il gatto cada dal quinto che dall’ottavo piano.
Il gatto, sostengono i ricercatori americani, quando cade da un’altezza molto elevata entra in una sorta di oscuramento dei sensi che gli permette di distendere completamente il corpo; così atterra distribuendo l’impatto su ogni centimetro del suo corpo.
Per i gatti che cadono dai piani intermedi (dal quarto al settimo) i traumi diventano più gravi e la mortalità tende ad aumentare dal momento che non hanno il tempo di cedere a questo stato di “oscuramento”, si irrigidiscono e aumentano i danni del contatto col suolo.

Ce lo conferma la storia di Wasabi, fortunato gatto di due anni, che nel settembre 2013 a Juneau, in Alaska, ha fatto un volo di ben 11 piani di grattacielo, per circa 40 metri di altezza, cavandosela “solo” con fratture ossee e una prognosi di 6 settimane. Nonostante la preoccupazione della giovane proprietaria accorsa frettolosamente in suo soccorso, dopo essersi accorta che il gatto era precipitato giù, Wasabi è tornato a casa dopo soli due giorni di ricovero e un intervento chirurgico.

Come prevenire le cadute da grandi altezze

Per evitare che il gatto cada dal balcone, o comunque da grandi altezze, possiamo utilizzare degli accorgimenti; magari non ci possono garantire la completa assenza di incidenti, ma aiutano comunque a ridurne drasticamente la frequenza

  1. Applichiamo alle finestre delle zanzariere e ai balconi delle reti da pesca di nylon fino ad almeno 2 metri e mezzo d’altezza, possibilmente dotandoli di tetto in rete. Controlliamoli quindi periodicamente per accertarci che non siano danneggiati o che il gatto non sia riuscito lentamente a fare un buco con le  unghie.
  2. Chiudiamo sempre tutte le finestre prima di uscire: ricordiamoci che molti gatti hanno paura dei rumori forti, soprattutto di quelli improvvisi. Uno spavento può essere una delle cause che spingono il gatto a cadere da una finestra che abbiamo dimenticato aperta .
  3. Non spaventiamo il gatto se lo vediamo sul cornicione o sul bordo del balcone, potremmo peggiorare la situazione. Un gesto improvviso, un urlo, possono far scattare la reazione istintiva di fuga. Meglio attirarlo in una zona sicura con un bocconcino, un gioco o il suo cibo preferito.

Questi sono tutti gesti semplici quanto necessari. Ricordiamoci che custodire i nostri gatti al meglio non è solo un modo di dimostrare loro il nostro affetto, ma un obbligo di legge.

Le nostre responsabilità

A luglio 2018 ha fatto scalpore il caso di un micio precipitato dall’ottavo piano a
Torino. Il gatto è caduto in testa a un uomo gli ha causato un grave trauma cervicale con prognosi di alcuni giorni. Purtroppo il gatto non è sopravvissuto. La polizia ha condannato la proprietaria del gatto a pagare una multa per omesso controllo dell’animale. Inoltre è stata chiamata in giudizio per lesioni aggravate.

L’accusa sostiene che la donna non abbia predisposto idonee misure di sicurezza per evitare che il gatto cadesse. La legge impone al proprietario di un animale domestico l’obbligo di controllarlo poiché ne è diretto responsabile. Ogni danno causato dall’animale è perciò soggetto a cause civili o penali a meno che non si dimostri che il danno si è verificato durante la fuga o lo smarrimento denunciato, o per una circostanza imprevedibile (caso fortuito): dimostrare però che si tratti di “caso fortuito” è molto difficile.

Il gatto è caduto: cosa fare?

Per prima cosa dobbiamo prestare molta attenzione quando ci avviciniamo. I
gatti che provano dolore cercano di difendersi, tentano di mordere o di graffiare. Avvolgiamolo delicatamente ma in modo sicuro in un asciugamano e chiamiamo il più vicino pronto soccorso veterinario, preannunciando il nostro arrivo.

Cerchiamo di manipolarlo il meno possibile. L’ideale è adagiarlo in un trasportino rigido portalo immediatamente dal medico veterinario per gli accertamenti del caso. Ricordiamoci che molte delle conseguenze di una caduta possono essere interne e non visibili ad occhio nudo. Provare a curarli a casa non è mai raccomandabile.

Dieta casalinga: dimmi cosa mangi e ti dirò come stai

...e ti dirò come stai

Uno dei motivi principali che spinge i proprietari a richiedere una consulenza nutrizionale è il desiderio di alimentare il proprio cane o gatto con una dieta casalinga. Ma che cosa si intende per dieta casalinga?
Cerchiamo di fare chiarezza sugli aspetti nutrizionali, sui vantaggi e sugli eventuali svantaggi di tale dieta. Quando si parla di cibo casalingo ci si riferisce prevalentemente ad una combinazione di ingredienti, freschi o congelati, adeguatamente cucinati.
Questo tipo di alimentazione può avere aspetti positivi e negativi, limiti e potenzialità. Analizziamole insieme:

La dieta casalinga piace a Fido e Micio!

Lo sviluppo di un appetito “capriccioso”, che può addirittura sfociare nello “sciopero della fame”, rappresenta infatti una delle prime preoccupazioni che portano a chiedere l’aiuto del Veterinario Nutrizionista.Soprattutto quando il vostro Medico Veterinario curante ha già esaurito tutte le opzioni terapeutiche o escluso la presenza di malattie sottostanti.
Il ricorso ad alimenti cucinati, infatti, consente spesso di risolvere tale problematica, appagando sia il proprietario (che vede il proprio animale mangiare di gusto), che il palato del cane o del gatto.

Ma c’è di più. L’appetibilità rappresenta uno dei principali fattori condizionati il successo o l’insuccesso di un piano nutrizionale. Come nutrizionista, posso essere bravissima nel formulare una dieta necessaria a soddisfare i fabbisogni specifici di un animale, ma se quell’animale non consuma tutti gli alimenti indicati, o ne consuma solo una parte, può andare incontro a carenze nutrizionali (acute o croniche) oppure a una perdita di peso corporeo indesiderata.

Come monitorare la dieta? Attenzione a digeribilità e qualità delle feci.

Dimmi che “cacca” fai e di dirò cosa mangi. Le frequenza delle defecazioni, il volume e la forma sono strettamente legati al tipo e numero di ingredienti della dieta, relativa cottura e stato di salute del paziente.
Gli alimenti trasformati (come le crocchette) subiscono infatti una serie di trattamenti tecnologici che riducono l’apporto di nutrienti e richiedono pertanto l’aggiunta di additivi per compensare le perdite subite ed ottenere un alimento completo e bilanciato.
Gli ingredienti inseriti in una dieta casalinga sono invece per lo più in numero limitato, non subiscono troppe manipolazioni o trattamenti e perciò permettono di limitare l’uso di integratori vitaminico-minerali.

Ma presenta anche alcuni aspetti delicati: un elemento critico, ad esempio, è la digeribilità degli amidi contenuti nei carboidrati. Tanto il cane quanto il gatto si sono geneticamente evoluti per poter consumare un pasto contenente amidi (recenti studi hanno infatti identificato in entrambi gli enzimi atti a scindere tali composti, le amilasi).

I carboidrati che più di frequente utilizziamo nell’ambito della dieta casalinga sono il riso e le patate. Perché un carnivoro li possa digerire al meglio e’ necessario che siano cotti in modo adeguato; in cosa consiste una cottura “adeguata” dipende moltissimo dal tipo e dalla varietà della materia prima.
Per esempio il riso Parboiled dovrà essere cotto per molto tempo, rispetto ad un riso varietà Carnaroli. Ancora per una buona digestione è meglio far consumare tali fonti di amidi dai nostri animali entro breve tempo dalla cottura piuttosto che conservarli per tempi prolungati in freezer o frigorifero. Approfitto dell’argomento per sfatere un mito: non è affatto necessario che il riso, una volta cotto, venga sciacquato prima di essere consumato.

Qualità e materie prime: tutto sotto controllo con la dieta casalinga

Per quanto le aziende del petfood possano avvalersi di fornitori seri ed affidabili, nessuno di noi si aspetta di trovare filetto bovino tra gli ingredienti di una crocchetta per cani. Così come sappiamo che il cibo umido per gatto a base di pesce non sarà mai ottenuto a partire da una specie pregiata.

Quando scegliamo la dieta casalinga, e ci occupiamo noi di scegliere gli ingredienti, invece, abbiamo la possibilità di selezionare personalmente il taglio di carne da mettere nella ciotola di Fido o di gratificare Micio con un succulento trancio di pesce fresco.
La scelta personale delle materie prime non porta solo esclusivamente vantaggi di tipo organolettico, ma anche igienico-sanitari.

Poniamo il caso in cui sia necessario somministrare una dieta caratterizzata dalla riduzione degli antigeni alimentari animali (ovvero quegli “allergeni”che causano una iper-risposta a livello intestinale o cutaneo, determinando diarrea o prurito) come nel corso delle cosiddette diete monoproteiche di evizione. Se scegliamo di persona le materie prime potremo chiedere al macellaio di fiducia di porre una attenzione maggiore nel processo di taglio e confezionamento del prodotto, ed evitare così il rischio di possibili contaminazioni da parte di proteine o ingredienti non desiderati che potrebbero inficiare il mio percorso diagnostico o terapeutico.

Gli ingredienti inseriti in una dieta casalinga sono invece per lo più in numero limitato, non subiscono troppe manipolazioni o trattamenti e perciò permettono di limitare l’uso di integratori vitaminico-minerali

La dieta casalinga calza bene, come un abito sartoriale

Andare dal veterinario nutrizionista e’ come chiedere al sarto di confezionare un abito personalizzato. Come dell’abito possiamo scegliere taglio, tessuto, vestibilità, in base al nostro gusto ed alla nostra conformazione fisica, così nella dieta casalinga possiamo personalizzare gli ingredienti e la relativa percentuale di inclusione, per rispondere in modo specifico alle più disparate esigenze nutrizionali.
Inoltre una dieta costruita su misura può e deve essere buona, di qualità, ma soprattutto ben bilanciata. Un piano nutrizionale si definisce bilanciato quando, attraverso la combinazione di diversi ingredienti e/o l’aggiunta di specifici integratori vitaminico-minerali, è in grado di soddisfare i fabbisogni nutrizionali di un soggetto. Bisogni che, è bene ricordarlo, variano in relazione allo status fisiologico (ad es. cane in accrescimento o in lattazione) o patologico (insufficienza renale, sovrappeso).

Purtroppo una delle attività più frequenti per chi fa il veterinario nutrizionista è intervenire per modificare o integrare diete “fai date” o “copiate da internet” che risultano carenti in uno o più dei principali nutrienti. Una dieta sbilanciata, somministrata per un periodo protratto, può infatti determinare l’insorgenza di carenze nutrizionali che, nei soggetti più giovani, possono addirittura essere fatali.
Per questo la Clinica San Paolo mi ha accolta e ha scelto di mettere a disposizione dei suoi clienti un Medico Veterinario Nutrizionista per la formulazione dei piani casalinghi dei vostri beniamini, per garantire loro salute e benessere. La nostra professionalità ed esperienza sono al vostro servizio!

Tartarughe domestiche e letargo. Come si fa?

Che cos’è il letargo?

Il letargo è conosciuto come il sonno invernale e non è altro che una strategia che gli animali mettono in atto come protezione dal freddo. Le tartarughe hanno un metabolismo che dipende dalla temperatura esterna (animali ectotermi); per questo, a seconda della specie e dell’habitat in cui si trovano, vanno naturalmente incontro a periodi di ibernazione (letargo invernale) o anche di estivazione (protezione dalle alte temperature estive).
In questi periodi tutte le funzioni vitali dell’organismo rallentano, in modo da determinare un minimo consumo energetico e quindi permettere la sopravvivenza dell’animale anche senza alimentazione ed idratazione.

Le tartarughe autoctone (testudo Hermanni e Graeca) vanno fisiologicamente in letargo nei mesi più freddi. Mano mano che le temperature si abbassano gli esemplari di queste specie mangiano sempre meno, fino a cessare totalmente di alimentarsi. Quindi scavano sotto terra fino seppellirsi totalmente. Rimangono in quella posizione da ottobre e marzo (con variazioni di periodo in relazione alla temperatura esterna).
Anche se può sembrare un lungo pisolino, in realtà si tratta di un periodo rischioso per la tartaruga che si trova ad affrontare, impotente, cambiamenti climatici improvvisi, attacchi di predatori quali ratti o corvi e possibili acutizzazione di patologie latenti. Allo stesso tempo è un periodo molto importante, che da riposo all’organismo e prepara ad una nuova stagione di accrescimento e di riproduzione.

Anche se può sembrare un lungo pisolino,
in realtà si tratta di un periodo rischioso per la tartaruga

Le temperature giuste per il letargo

Abbiamo visto che il letargo è un periodo in cui l’equilibrio della tartaruga è molto fragile. La temperatura ideale è compresa tra i 2 e i 10 °C.
Una temperatura più alta, tra 10°C e 18 °C, manterrebbe la tartaruga ancora in grado di muoversi e  consumare energia ma senza avere la forza di alimentarsi ed idratarsi.
Quindi la tartaruga andrebbe incontro ad un deficit energetico che risulterebbe in dimagrimento eccessivo, perdita di tono muscolare e disidratazione. In questa condizione precaria inoltre è più probabile che un sistema immunitario “ addormentato” non riesca a fronteggiare virus e batteri causando la comparsa di patologie soprattutto a carico del sistema respiratorio. Al contrario una temperatura più bassa, inferiore ai 2°C, potrebbe causare lesioni da congelamento.

Come si fa il letargo?

L’ideale per assicurare un buon letargo alle nostre tartarughe domestiche è ricreare la condizione simile a quella che loro vivono in natura, monitorando temperatura e umidità per creare un letargo controllato.

Perché tutto funzioni al meglio bisogna:

  • Per prima cosa limitare il cibo finché, circa 10 giorni prima di mandarla in letargo, smetteremo di alimentarla. In questo periodo è sempre meglio lasciare comunque l’acqua a disposizione.
  • Riempire di terriccio, torba o corteccia una scatola di legno o plexiglass (nella quale avremo praticato adeguati fori per l’aria) ; poi mettere all’interno la tartaruga e coprirla con foglie secche.
  • Chiudere la scatola per ripararla da altri predatori (come i ratti) e riporla in un luogo della casa non riscaldato, per esempio la cantina o il garage. Consigliamo di inserire nella scatola un termometro: ci servirà per monitorare dall’esterno la temperatura, che ricordiamo deve rimanere tra gli 0 ei 10°C.
  • Se la temperatura scende sotto gli zero gradi, o sale sopra i 10, occorre spostare la scatola o, in alcuni casi, svegliare la tartaruga. Il periodo di letargo normalmente va da ottobre a marzo per il Nord Italia e si restringe ai soli mesi più freddi se si vive in regioni più calde.
  • Quando la temperatura esterna inizia ad essere più mite portare la tartaruga in superficie e fare loro qualche bagnetto tiepido.  Potremo così riportarle nel loro terrario o in giardino, lasciare a loro disposizione cibo fresco, acqua e fare un bagnetto tiepido al giorno fino al ripristino di appetito, defecazione ed urinazione.

per questo è fondamentale una visita pre-letargo in cui
il veterinario si accerterà dello stato di salute delle nostre amiche.

Quando letargo fa rima con veterinario

Quando le tartarughe domestiche vanno in letargo rallenta il loro metabolismo , e di conseguenza anche il funzionamento del sistema immunitario; in queste circostanze qualsiasi batterio, virus, parassita può crescere, proliferare e causare patologie anche gravi.
Proprio per questo è fondamentale una visita pre-letargo in cui il veterinario si accerterà dello stato di salute delle nostre amiche.

Sarebbe opportuno effettuare la visita nel mese di settembre cosi da portare un campione di feci per l’esame della carica parassitaria. In caso di necessità di
un trattamento antiparassitario sarà così possibile completarlo prima del letargo. Se la tartaruga non è in stato di salute ideale sarà opportuno evitare il letargo.
Una visita post letargo è indispensabile in tutti quei casi in cui l’animale fatica a riprendere tutte le funzioni organiche o in caso in cui si manifestino sintomi patologici; tra i più comuni i rumori respiratori, starnuti, muco dalle narici o lesioni su cute e/o carapace.
La tartaruga deve perdere durante il letargo al massimo il 10% del peso corporeo.

Tutto quello che avresti sempre voluto sapere sul letargo

E’ possibile far passare alle tartarughe il letargo in giardino?

Si, è il metodo più naturale. In questo caso la tartaruga si interrerà spontaneamente quando inizieranno le giornate fredde. Purtroppo con questo letargo non si può avere alcuna prevenzione sui cambiamenti climatici improvvisi e sui predatori (topi, talpe, corvi), ed è per questo che si consiglia invece un letargo controllato.

La tartaruga può saltare il letargo?

No, salvo per soggetti malati. Il letargo è una condizione fisiologica della vita della tartaruga che permette all’organismo il riposo per affrontare una nuova stagione di accrescimento e riproduzione. In caso non venga effettuato un solo letargo non succede nulla, a patto che la tartaruga venga tenuta nelle corrette condizioni di temperatura e habitat (lampada UVB, riscaldante).
Tuttavia se vengono saltati tutti i letarghi la tartaruga può andare incontro ad iperaccrescimento osseo e non sono escluse disfunzioni metaboliche.

La tartaruga sta iniziando il letargo ma continua a muoversi nella scatola. E’ normale?

Sì, probabilmente non sono ancora state raggiunte le temperature idonee al letargo. Negli ultimi anni a settembre fa ancora molto caldo e quindi le tartarughe ritardano il letargo; purtroppo non si può cambiare il clima e quindi non resta che assecondare il volere delle tartarughe e aspettare temperature più basse

Posso far fare il letargo in casa togliendo la tartaruga dal terrario riscaldato?

No, purtroppo si tratta di un errore molto comune. Se la tartaruga viene tolta dal suo terrario riscaldato rimarrà ad una temperatura di 18-20 °C e in uno stato di semi-letargo, in cui consumerà energie e grassi senza però assumerne di nuovi. Questo può determinare situazioni patologiche anche molto gravi.

La tartaruga si muove poco e non mangia da parecchi giorni, è in letargo?

No, se la temperatura non è tra i 2 e i 10°C la tartaruga non è in letargo. Si consiglia una visita immediata da un veterinario esperto per valutare le possibili cause di anoressia e letargia della tartaruga.

Razze canine e benessere

Quando bello non fa rima con sano

Da sempre l‘uomo è intervenuto nell’evoluzione del cane, per tanti motivi diversi. All’inizio per pura utilità: poter disporre di un aiuto efficace per la sopravvivvenza. Poi anche per esigenze meno concrete: avere un compagno con un carattere gradevole, e un aspetto grazioso. Così sono nate le razze: quando dalla selezione di due individui riproduttori si è arrivati alla formazione di soggetti simili, se non uguali, da un punto di vista estetico e ‘caratteriale’. In questo percorso, però, non sempre si è tutelato il benessere degli animali

Razze canine a rischio: quali sono e cosa minaccia la loro salute?

Chi non trova deliziosi i carlini, con il loro musetto espressivo e la loro capacità di strapparci sempre un sorriso? Come loro Bull Dog Inglesi, Boule Dogue Francesi, Boston Terrier, Pechinesi, Cavalier King Charles, Shar-pei e Shih Tzu: sono tutte razze cosidette brachicefale, cioè con il “muso corto”.
Cani adorabili, anche quando respirano in modo rumoroso, russano, mostrano di affaticarsi con facilità: anzi, siamo tanto abituati a considerare questa loro condizione come normale da trovarla graziosa e “folkloristica”.

Al contrario si tratta di un problema genetico molto serio, riconosciuto con il nome di “Sindrome Brachicefalica“, o anche “sindrome ostruttiva delle vie aeree superiori”. In pratica le ossa del cranio crescono in larghezza ma non in lunghezza, e così si creano problemi che interessano soprattutto l’apparato respiratorio:

  • Narici Stenotiche
  • Turbinati aberranti
  • Palato molle allungato ed ispessito
  • Collasso rino-faringeo
  • Macroglossia
  • Collasso laringeo
  • Ipoplasia Laringea/tracheale
  • Collasso bronchiale

In pratica i tessuti molli inspessiti impediscono una corretta respirazione, che comporta, a cascata, una lunga serie di difficoltà per i cani che appartengono a queste razze, con l’instaurarsi di circoli viziosi.
Facciamo un esempio: dal momento che hanno difficoltà a respirare e si stancano con facilità sono spesso sedentari. Così tendono ad essere in sovrappeso, e questo peggiora la capacità respiratoria e si aggravano i sintomi.

Conseguenze ancora più gravi può comportare l’aspetto del King Cavalier Charles Spaniel; se infatti il suo cranio piccolo e compatto lo fa sembrare elegante e gradevole, rappresenta una seria minaccia alla salute dei cani di questa razza. Perché, in pratica, la loro scatola cranica è troppo piccola per il loro encefalo; questo è il motivo per cui sono molto esposti alla Siringomielia – o Sindrome di Chiari (COMS) – una grave patologia neurologica.

Quando la selezione delle razze canine diventa maltrattamento genetico

Lo “standard di razza” rappresenta la descrizione di specifiche
caratteristiche anatomiche, morfologiche e comportamentali che un soggetto
“ideale” dovrebbe possedere per rientrare nei canoni estetici ed
etologici tipici di una determinata razza animale, a garanzia del fatto che
quel soggetto sia “bello”, equilibrato e sano. Il risultato finale della tutela di una razza dovrebbe essere da un cucciolo, ovvero un “essere senziente” che, secondo la recente dichiarazione del Kennel Club britannico, “deve poter vedere,
respirare e muoversi senza disagio o dolore”
.
Abbiamo tuttavia visto come alcune caratteristiche fisiche che si associano a determinate razze siano la causa di gravi problemi per il benessere degli animali. Per questo possiamo parlare di un vero e proprio maltrattamento, ancora più grave di quello fisico di un singolo individuo, in quanto riconosce conseguenze che si trasmettono da una generazione all’altra.

Per fortuna negli ultimi anni si sta diffondendo una cultura che sostituisce la salute allo standard come obiettivo della selezione e dell’allevamento delle razze canine. In questo percorso di consapevolezza il Medico Veterinario riveste un ruolo centrale, sia nella tutela della salute degli esemplari che possono presentare problemi legati alla loro morfologia, sia nella diffusione di una corretta cultura del benessere animale.

Le cure giuste per ogni razza

Tutti i nostri amici con il musetto corto trovano da noi un percorso completo di terapia e prevenzione. In particolare la nostra specializzazione nelle cure effettuate per via endoscopica garantisce le migliori procedure di intervento per migliorare la qualità della vita dei nostri amici cani, ma anche gatti.

Il coniglio domestico e i suoi dentoni

Quando decidiamo di accogliere un animale da compagnia di solito ci impegniamo anzitutto nel preparare un ambiente ideale all’interno della sua nuova casa e ci preoccupiamo di svolgere un check up completo delle sue condizioni di salute.
Di rado pensiamo che è altrettanto importante occuparci di alcune “incombenze” burocratiche per tutelare al meglio il benessere di questo nuovo componente della nostra famiglia. In alcuni casi, come il microchip dei cani, queste pratiche sono addirittura un obbligo.
​Per questo è importante conoscere quali sono le principali pratiche da espletare nei vari momenti che accompagneranno la convivenza con il nostro pet, a chi rivolgersi e perché sono tanto importanti.

Quando un sorriso irresistibile può dare qualche problema – e come risolverli

“Denti da coniglio” – “fai il coniglietto!”: fin da quando siamo piccoli associamo il coniglio a quella sua tenera e simpatica caratteristica dei dentoni sporgenti. Un elemento tanto grazioso e speciale quanto importante nella vita e nella salute di questi animali. Vale la pena saperne di più

Quanti denti ha il coniglio domestico?

Facciamo un po’ di calcoli: i conigli hanno

  • 6 denti davanti incisivi (4 superiori e due inferiori)
  • 22 denti dietro (molariformi)

… ma la cosa importante è che tutti e 28 sono a crescita continua.
Questo significa che se non vengono consumati i denti del coniglio domestico crescono ad una velocità di circa 2 mm alla settimana (in pratica quasi un centimetro ogni mese).

Se i denti si consumano con l’uso tutto è a posto. Ma se questo non accade possono verificarsi disfunzioni alimentari e danni buccali, anche gravi.
Per essere sicuri che si mantengano la giusta forma e dimensione servono la giusta alimentazione e controlli frequenti con

Il veterinario dentista: il miglior amico del coniglio domestico

Ma cosa intendiamo per “controlli frequenti”?
Ti suggeriamo di sottoporre i tuoi amici conigli a una valutazione dei denti almeno ogni 6 mesi, fin da piccolissimi.

Purtroppo infatti problemi di malocclusione possono presentarsi fin dalla nascita: se i denti del coniglietto non combaciano bene con la controparte, infatti,  non possono consumarsi nel modo corretto.
Questo si verifica sempre più spesso, in seguito alla selezione delle razze lagomorfe da parte degli allevatori.
Si tratta di una condizione con cui il cucciolo dovrà convivere tutta la vita. A differenza delle persone, infatti, non si possono usare apparecchi per l’allineamento dentale, proprio perché i denti crescono in continuo.

Una buona dieta: l’arma vincente per la salute, anche dei denti

Il tuo coniglio domestico è sano e i denti sono ben allineati?
Bene! Se il coniglietto ha una buona dentizione ti dovrai occupare di garantirgli una buona dieta per mantenere in buona salute i suoi dentoni.  

Consideriamo una dieta “buona” tanto più somiglia a ciò di cui si nutrono i suoi cugini selvatici nel loro ambiente naturale: erba fresca.
Tutte quelle volte in cui non è possibile permettere al coniglio di brucare erba fresca in un giardino o di raccoglierne per offrirgliela giornalmente si può ricorrere ad un sostitutivo: il fieno.
Il fieno di prato misto è un l’alimento che ha le stesse caratteristiche nutritive e costitutive dell’erba. Per questo deve rappresentare l’80 % del pasto del coniglio domestico.
Il fieno, così come l’erba fresca, forniscono

  • la giusta quantità di fibra
  • il corretto consumo dei denti, perché richiede una masticazione prolungata con movimento rotatorio dei molariformi.

Il fieno deve essere quindi sempre a disposizione del coniglio

Possiamo completare i pasti dei nostri amici con una buona porzione di verdure fresche pulite e asciutte. Anche in questo caso scegliamo quelle più ricche di fibra e che richiedono maggiore masticazione: radicchio, insalata di diversi tipi, carote, coste, cicoria, indivia, finocchio, sedano.
Il mangime secco pellettato è invece soltanto un’ integrazione. Lo possiamo somministrare se si vogliamo o dobbiamo ( per esempio in particolari condizioni di crescita/patologiche) in quantità pari ad un cucchiaio al giorno.

E la frutta? Un piccolo vizio … regaliamola al nostro coniglietto solo come premio, sempre in piccole quantità.
Il segreto per la salute del coniglio domestico, quindi, è molto semplice: può vivere molto bene ed evitare problemi di dentizione mangiando solo fieno ed erba fresca di buona qualità, come le cugine lepri.

I danni di una cattiva alimentazione: come notarli e risolverli

I danni causati da un’alimentazione non corretta possono essere tanti e piuttosto gravi. Se non si somministra il giusto cibo i denti non si consumano; man mano che continuano a crescere provocano vere e proprie ulcere, tagli sulla lingua e sulla guancia. Oppure iniziano a crescere storti, si rompono, spingono su strutture ossee delicate come mandibola e arcata zigomatica fino a deformarle. Possono persino arrivare a infettarsi a livello radicale e causare ascessi molto dolorosi.

Come facciamo a capire che qualcosa non va? Prestiamo attenzione ai possibili sintomi:

  • la mancata assunzione o la selezione di cibo più morbido
  • eccessiva salivazione
  • crescita abnorme degli incisivi
  • presenza di gonfiori sul muso (riferibili
    ad ascessi)
  • lacrimazione oculare
  • inappetenza
  • mancata
    defecazione

In questi casi deve intervenire il dentista veterinario. Procederà con una visita dentistica condotta con l’otoscopio e si avvarrà di diverse radiografie del cranio per esaminare le radici dentali. In questo modo potrà valutare le opzioni terapeutiche in base alla gravità del caso, all’età e alle condizioni generali dell’animale.
Può essere necessario ricorrere ad un intervento: un pareggiamento dentale in anestesia generale risolve il problema, almeno per un po’. Ma se il coniglio segue un’alimentazione corretta a partire dall’intervento, i suoi benefici possono diventare permanenti.

Capita anche di dover ricorrere a chirurgie più invasive, come le estrazioni dentali, che comportano un post operatorio piuttosto scomodo e terapie antibiotiche per periodi molto lunghi.
Questi sono i motivi per cui non dobbiamo mai sottovalutare l’importanza
dell’alimentazione di questi piccoli animali
. Bastano infatti piccole attenzioni per evitare che il coniglio domestico debba affrontare condizioni di criticità e di difficile gestione per la possibilità di interventi periodici rischiosi ed onerosi.
E se i conigli dei nonni mangiavano e vivevano con semi e pane secco è solo perché ad un anno venivano macellati e non erano conigli da compagnia con una prospettiva di vita di 10 anni!